Osservatorio Antimafie della Brianza*

Osservatorio Antimafie della Brianza*
I GIOVANI HANNO BISOGNO DI EROI VIVI

martedì 3 luglio 2012

SAN RAFFAELE, LA LAVANDERIA DELLA ndrangheta?


Inchiesta San Raffaele, sottratto un milione dal caveau quattro giorni prima del suicidio di Cal. Tre arresti per furti e incendi


MILANO-CHE FAR WEST, il San Raffaele di don Luigi Verzè. Il campo di calcio dell’indesiderato vicino, via via incatramato, devastato dalle fiamme e dai black out. Contro di lui si invocano interventi dissuasori da parte di entità superiori (il generale Nicolò Pollari ex Sismi e il suo braccio destro Pio Pompa). E tutto per volere della scomparsa anima del Monte Tabor, don Luigi Verzè. Poi furti, a goccia, e la tecnica delle auto bruciate. Là, il San Raffaele d’eccellenza, dove gli uomini della security — e uno di loro accreditato dal don come «la mia guardia del corpo, un ex pugile...» — bruciano, rubano, ordinano, minacciano. Nel silenzio assenso di un parterre di colletti bianchi che ignora, se non quando accondiscende. E non usa certo il pugno di ferro su una sequela di ruberie (il provento delle prestazioni sanitarie della clinica d’eccellenza): dalle migliaia di euro fino al più clamoroso milione, per metà in contanti (svaniti) e per metà in assegni (almeno questi bloccati).

E FINO all’altro ieri, tre profili evidentemente criminali sono rimasti indenni, al loro posto di responsabilità, bypassando il crollo del Monte Tabor, il suicidio del vicepresidente Mario Cal, la morte di Don Verzè, il piano di salvataggio che traghetta la clinica dal passivo di un miliardo al proprietario Giuseppe Rotelli, che di quella security non si era liberato. Ci hanno pensato i pubblici ministeri Luigi Orsi, Gaetano Ruta, Laura Pedio e Antonio Pastore e il giudice Vincenzo Tutinelli. Che arresta per incendio, tentata estorsione e furto, a vario titolo, il numero uno della sicurezza, Danilo Donati, il suo ruvidissimo numero due Antonio Vito Cirillo (precendenti per sequestro di persona e lesioni personali), il numero tre Francesco Pinto. E la sostanza della storia la riporta il giudice citando i pm: «in pendenza di una procedura concorsuale (il salvataggio, ndr) c’è ancora chi lavora al San Raffaele con attitudine predatoria, si impossessa di beni sottocosto e ruba dove può».

Loro, e l’ombra del don che addirittura da scomparso, concorre come mandante con Donati e con Cirillo, e persino con l’ex responsabile dell’ufficio tecnico, l’ingegnere Andrea Rosario Roma, nella serie di incendi fino a quello del 30 maggio 2006, e intimidazioni sullo scomodo affittuario, vicino d’appezzamento, titolare del centro sportivo Olympia Srl di Andrea Lomazzi. Uno che Verzè vuole sloggiare ben prima della scadenza del contratto del 2008 per procedere alla costruzione di un residence per studenti in virtù di soliti finanziamenti pubblici.

E il fornitore del San Raffaele, Cesare Alessandro Damonte, che vorrebbe chiamarsi fuori dal giro di violenze (Don Verzè «mi disse espressamente «devi fare in modo di levargli luce, acqua, gas, in modo da impedirgli defintivamente di lavorare»), invece della sua Land Rover parcheggiata in piena notte all’interno di un cantiere in via Olgettina, trova nel marzo 2007 rottami bruciati.

E POI FURTI, continuativi: 38.385 euro, 17.300, 26.840, passati in cavalleria. Ma almeno non quello del 14 luglio 2011, quattro giorni prima del suicidio di Cal, trovato morto dallo stesso Donati. Per ben due settimane Cirillo e Pinto accumulano, rinviano il ritiro dei contanti accampando problemi organizzativi con gli uomini della Mondialpol (che giornalmente vengono a ritirare i liquidi dalla cassa continua). Poi una tenaglia trancia dall’esterno (per non rischiare di essere ripresi dalla cabina comandi) il sistema di videosorveglianza. E, senza dolore, la cassaforte viena aperta da chiavi di cui solo la security dispone, e di cui nessuno denuncia furto o smarrimento. E nessuno, dopo il colpo grosso di 930mila euro, di cui 450mila circa cash e metà in assegni, ne fa un dramma.

E don Verzè ordinò il sabotaggio «Quel furfante va cacciato» Estorsioni e roghi per acquisire un terreno adiacente e poter costruire
«IL GIUDICE sono io e decido io». Don Luigi Verzè nel trattare la «buona uscita» del vicino scomodo (Andrea Lomazzi) se ne sarebbe infischiato, a dire di Lomazzi, della decisione di un giudice, favorevole al proprietario dell’impianto sportivo. Significative, le intercettazioni tra il don e il suo dirigente tecnico, Roma. Verzè invoca «un sabotaggio, sabotaggio...» E Roma: «sarà il quadro elettrico del.. sappiamo dov’è, sappiamo come funziona, senza quello i campi non possono essere illuminati... non solo, le docce... per tre mesi lui sta fermo e quindi si presentano i miei amici a fargli la proposta, sarà in ginocchio».

MA AL SABOTAGGIO, da dissimulare nel corso di un temporale, seguono altre iniziative, come dice la telefonata di Verzè a Pollari: «Senti io ho una cosa da affidarti che è molto importante. C’è qui un certo Andrea Lomazzi, il quale ha un contratto di affitto per un terreno... Questo qui è un lazzarone, un furfante, noi dobbiamo cacciarlo... non sappiamo come fare... dobbiamo cacciarlo via perché stiamo partendo con un finanziamento... per costruire un residence per gli studenti, cosa di cui abbiamo bisogno assolutamente... Bisognerebbe fare una cosa, lo dico per scoraggiarlo, perché noi siamo sempre pronti ancora a trattare... ma andare avanti fino al 2008 no perché perdiamo il finanziamento. Mi basterebbe che qualcuno gli chiedesse, ma vediamo la fattura a quelli che escono così non rompe mai più...». Pollari: «E pensi che questo sia utile per lui? Questo, questo pressing... questi controlli?» Don Verzè: «Eh si!». Pollari: «No, mi spiego: sia utile a convincerlo?» Don Verzè: «Ma certo, altro che!» Ma già prima Roma, parlando col Don, diceva di una fiscale a misura: «Ho chiesto al dottor Cal e il dottor Cal non so se si è ricordato, ne aveva parlato con Pio (Pompa, ndr)».
Come meravigliarsi delle manovre sporche della security. Diceva Giorgio Guazzi del team sicurezza: «Nascondi la tenaglia che me la sono dimenticata», là dove era servita a forzare i lucchetti del campo di calcio indesiderato. O anche, altro uomo della sicurezza: «Ho visto Donati e Cirillo che incendiavano la macchina di Damonte», uno che «mi è stato detto era in forte contrasto con don Luigi». O l’altro addetto security, morto in un incidente in moto la stessa sera che cercava Donati e Cirillo perché non gli dessero «la la sua parte di un furto commissionato». O anche i furti commissionati «a kosovari» che per lo scasso usano gli stessi strumenti già visti in via Olgettina.

UNA TERRA di nessuno, o meglio della Sicurezza: «Emblematico — scrivono i pm — il caso di una Mercedes in uso a Mario Cal, intestata alla Fondazione e pagata nel 2005 106mila euro», poi rilevata da Cirillo per 17mila euro nel novembre 2011 dopo la morte di Cal. «D’accordo l’avvocato della Fondazione, ragioni di cosmesi suggeriscono di non concludere la cessione direttamente fra Fondazione e Cirillo». Cosmesi ulteriore: l’auto viene intestata alla compagna di Cirillo, «ma il prezzo lo paga tale M.T.B. che... rivela di essere l’amante di Cirillo e di avergli fatto un regalo! La B., per inciso, è direttrice di una società fornitrice del San Raffaele».

di Marinella Rossi da Il Giorno






Nessun commento:

Posta un commento