Osservatorio Antimafie della Brianza*

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I GIOVANI HANNO BISOGNO DI EROI VIVI

lunedì 23 agosto 2010

Anche la nostra solidarieta' a Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti

da Antimafiaduemila.com


Solidarieta' a Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti

Movimento Agende Rosse esprimono tutta la propria solidarietà a Luca Tescaroli e a Ferruccio Pinotti... ...in seguito alla causa civile intentata da Fininvest ai due autori del libro "Colletti sporchi". Assistiamo ormai da anni ad un continuo susseguirsi di atti volti ad intimidire i magistrati ed i giornalisti che non sono disposti a piegare la schiena e a chiudere gli occhi di fronte ai crimini dei potenti. A ciò si aggiunge un senso misto di incredulità, rabbia ed indignazione nel vedere attaccato un magistrato come Luca Tescaroli che ha dato un contributo fondamentale per individuare mandanti ed esecutori delle stragi di Capaci e via D'Amelio, spendendosi senza riserve fino a sacrificare gli affetti più cari e a rischiare la stessa vita.A Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti tutta la nostra più profonda stima e riconoscenza per il modo in cui vivono il proprio lavoro.Riportiamo di seguito l'intervento che il giudice Luca Tescaroli ha tenuto in collegamento telefonico il 19 luglio 2009 in via D'Amelio a Palermo in occasione del diciassettesimo anniversario della strage in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Queste parole si traducono ogni giorno in fatti nel modo in cui Tescaroli ha scelto di vivere la sua professione di magistrato.Testo dell'intervento di Luca Tescaroli (Palermo, 19 luglio 2009):Vorrei prendere le mosse dal mio ricordo su quel che accadde il 19 luglio 1992. Distruzione, palazzi sventrati, macchine in fiamme, decine di feriti, morte, i brandelli dei corpi tumefatti e irriconoscibili di Paolo Borsellino, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, condomini scioccati, sgombero di edifici, autoambulanze, alcuni parenti delle vittime che piangevano i loro cari, autorità e una folla di gente scomposta che affluiva per curiosare e per capire il perché di quel botto provocato da una carica di circa 90 chili di un micidiale esplosivo, tentativi di prestare soccorso ai feriti e di transennare la zona dell' esplosione. È questo lo scenario che si presentava agli occhi di chi si trovava in via Mariano d' Amelio il pomeriggio del 19 luglio 1992, poco dopo le 16,58. Immagini strazianti frutto della ferocia mafiosa dure da svanire. Sono queste le immagini che conservo nella mia mente. Le rivedo, soprattutto, nei momenti di scoramento, di difficoltà che incontro nelle giornate di lavoro che si protraggono sino a tarda notte e che iniziano alle prime luci dell’alba. Immagini che mi hanno offerto e mi offrono la forza morale e l’energia per continuare nell’impegno quotidiano e per testimoniare i valori in cui credo anche dentro le aule di giustizia.Noi tutti dobbiamo ricordare quel che accadde 17 anni fa. Serbare la memoria di coloro che il 19 luglio 1992 sono morti significa riportare in vita il loro spirito ed il patrimonio dei valori morali che ha permeato la loro esistenza. È con l’impegno quotidiano, e non solo in occasione delle commemorazioni, che si deve dimostrare che Borsellino e i valorosi ragazzi della sua scorta sono vivi. Un impegno tanto più importante oggi dinanzi alla crisi di legalità e allo strapotere della criminalità organizzata e della corruzione politica. La mafia e i suoi garanti avvertono preoccupazione e temono la repressione, ma ancor di più l’impegno dei cittadini che: rifuggono il compromesso, l’indifferenza, rispettano le leggi anche quelle che impongono sacrifici, rifiutano di trarre benefici dal sistema mafioso (aiuti, posti di lavoro, raccomandazioni), collaborano con la giustizia, si impegnano sul territorio, nella scuola, nelle associazioni, nelle parrocchie in attività educative e culturali, di costruzione di reti sociali e di una cultura della legalità. Quel che serve è una resistenza civile di fronte al sistema mafioso e al suo meccanismo di potere, che convoglia appartenenti a tutte le classi sociali. Una resistenza a cui dev’essere affiancato il recupero del desiderio di legalità e dei valori etici da parte di tutti e, soprattutto, da parte di chi riveste ruoli di responsabilità, una forte e pressante richiesta di un sempre crescente impegno da parte delle Forze dell’Ordine e della magistratura nella repressione che non deve dare tregua al mafioso e alle velenose creature che con il mafioso trescano e condividono interessi. Ed è proprio in questa direzione che bisogna con determinazione puntare senza riguardi e senza le eccessive prudenze che spesso si sono registrate.L’attentato di via Mariano d’Amelio rimane il più misterioso ed inquietante dell’intera campagna stragista dei primi anni Novanta, che cambiò il corso della storia, riuscendo ad infrangersi ed a condizionare i mutamenti degli equilibri di potere, creando le premesse per l’affermarsi di nuove forze politiche ed assetti istituzionali. Sono stati certamente compiuti passi molto importanti nella ricerca della verità. Abbiamo provato con certezza piena il coinvolgimento di Cosa Nostra. Alcuni interrogativi, però, sono rimasti aperti sulle modalità operative di quell’agguato: chi azionò il telecomando che provocò l’esplosione, come fu procurato l’esplosivo collocato nella Fiat 126 rubata dai membri del commando operativo. Nessuna certezza è stata, poi, raggiunta sulle responsabilità, solo intraviste, dei cc.dd. “mandanti altri”. Gli esiti dei dibattimenti celebrati hanno indicato la via da percorrere in questa difficile ricerca della verità che si nasconde tra le crepe del potere politicoistituzionalefinanziario. Una verità sulla quale non può calare una cortina di fumo. L’impegno dei magistrati che oggi continuano a lavorare in questa direzione induce a ritenere che la partita non possa ancora considerarsi conclusa, nonostante il lungo lasso temporale. Ma la nostra Nazione è pronta ad accettare che comportamenti deviati siano addebitati ad esponenti della classe dirigente, tanto più se accostati ad eventi stragisti? Per ottenere i risultati non è sufficiente investigare con convinzione e serietà, senza compromessi ed incertezze. Occorre la tensione e la partecipazione attiva della popolazione del mondo politico e della comunicazione. Io credo che i cittadini non possano accettare che permangano su quel passaggio cruciale della nostra storia recente lati oscuri e che taluni quesiti non trovino risposte. Perché vi fu l’accelerazione della strage di via Mariano d’Amelio? L’accelerazione è correlata alla trattativa che i vertici di Cosa Nostra stavano portando avanti con rappresentanti delle Istituzioni per condizionare la politica legislativa del governo in cambio dell’interruzione delle stragi? Perché la stagione stragista, basata su azioni eversive e terroristiche, che oggettivamente contribuirono a disarcionare le classi dirigenti, si fermò e l’attentato, fortunatamente fallito, allo stadio Olimpico, programmato per domenica 31 ottobre 1993 in via dei Gladiatori a Roma, non venne replicato?Mi auguro che questo anniversario sia l’occasione per rilanciare un impegno investigativo e che prima o poi si possa scoprire tutta la verità perché senza verità completa non può esserci giustizia. Spero, al tempo stesso, che il legislatore, impegnato in una nuova riforma della giustizia, nella sua ansia di neutralizzare l’azione dei pubblici ministeri, non impedisca il necessario sviluppo investigativo. Non può sfuggire il fatto che i pubblici ministeri siano oggetto di una campagna di demonizzazione e delegittimazione senza precedenti nella storia europea. Un attacco fagocitato da uomini che detengono il potere, i quali, paradossalmente, si spingono ad indicare taluni mafiosi come eroi. E ciò deve rappresentare un motivo di riflessione per tutti i cittadini.

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