Osservatorio Antimafie della Brianza*

Osservatorio Antimafie della Brianza*
I GIOVANI HANNO BISOGNO DI EROI VIVI

sabato 22 febbraio 2020

ATTENZIONE.
L'iniziativa di presentazione del libro sulla Lombarda Petroli si terrà regolarmente. Stesso luogo e orario con inizio dalle 19:00 con aperitivo

giovedì 6 febbraio 2020



Fra l'indifferenza e le difficoltà a tenere alta e viva la lotta Antimafia in Brianza, in Lombardia e nel Pese,  noi continuiamo.

VI ASPETTIAMO...


lunedì 19 novembre 2018

Lombardia: la favola dell'alberello e del fiumicello

A differenza della Val Susa e di altri territori Resistenti alle Grandi Opere Inutili e Imposte (GOII) in Lombardia tutte le GOII sono state completate salvo l'autostrada Pedemontana. Cioè tutte quelle opere che avrebbero dovuto essere pronte per la mamma delle opere inutili che fu Expo2015, come le autostrade TEEM e BREBEMI e 30 KM di Pedemontana sono state portate a compimento. Ma dopo Expo non prima. Così Salvini potrà dire che nella sua regione l'alberello è stato tagliato e il fiumicello, coperto deviato e devastato. A questo va aggiunto che queste GOII sarebbero dovute essere utili per il dopo Expo. Ma così non è stato e non lo è tutt'ora. Sommerse da debiti e contenziosi le società proprietarie di Expo spa e delle autostrade stanno annegando nei debiti. Inoltre sia per la TEEM che per BREBEMI sono alle prese col fatto che sono autostrade poco frequentate nelle quali non aprono degli autogrill e dei benzinai. Invece per Pedemontana si sono inventati il pedaggio virtuale: autostrada senza casello con sensori che individuano il veicolo e dopo qualche mese arriva a casa il pedaggio da pagare, se non sei munito di telepass. Ovviamente c'è il trucco: costi stellari. Ma chi può far ricadere il costo elevato del pedaggiamento su prezzo terminale al consumatore, usa questo raccordo che porta questi  veicoli ad incolonnarsi sulla già congestionata Milano-Meda. Così un fallimento totale delle infrastrutture tanto decantate dell'Expo 2015, come anche dell'evento che da maggio a settembre 2015 ha portato nel sito, non si sa ancora quanti visitatori. Invece si sa che Expo spa non riesce a chiudere per i molti debiti e i tenti contenziosi aperti e le cause che vedono coinvolti dirigenti e funzionari condannati per le mazzette circolate prima e durante l'esposizione. Di tutto questo se ne parla poco perché arriva la bolletta finale da pagare. Destinatari i cittadini lombardi e i contribuenti tutti; alla fine il conto qualcun lo doveva pagare e come sempre: "paga Pantalone". Così oltre alla devastazione ambientale, allo sviluppo delle mafie della corruzione e della malapolitica, rimangono anche i debiti e per questo nessun politico in Lombardia NESSUNO si è sentito in dovere di chiedere conto ed eventualmente inoltrare denunce ed esposti. Così per quelli che hanno costruito le loro fortune con la lobby degli inceneritori in Lombardia e che vogliono esportarla in Campania, appare chiaro che qui in Lombardia non hanno prevalso i no del cosiddetto "ambientalismo da salotto". In Lombardia hanno vinto le lobbies del cemento, delle mafie e del malaffare e i risultati, per ora non sono ancora sotto gli occhi di tutti, sono fin troppo evidenti. Per questo resistere alle GOII è un dovere per ogni cittadin* che ha a cuore la salute, la qualità dell'ambiente e la pulizia dalle mafie e della malapolitica. A seguire qualche tabella esplicativa:
 
 
 
 



 
Admin, 19/11/2018

mercoledì 9 maggio 2018

LETTERA A PEPPINO

Caro Peppino,

sono passati 40 anni da quando la violenza mafiosa ha pensato di spegnere il grande fuoco di Libertà, di Verità e di emancipazione dalla cultura feudale mafiosa, che avevi acceso da Cinisi e in tutta la Sicilia. Un fuoco che si doveva spegnere su quei binari della ferrovia dove i sicari del boss Badalamenti ti hanno portato per simulare un attentato del quale saresti dovuto essere vittima. Ci sono voluti 25 anni per giungere alla verità; una verità cercata con forza dai tuoi compagni di lotta, ma in primo luogo da mamma Felicia e da tuo fratello Giovanni. Non dimenticherò mai Felicia nell’aula bunker, al processo con Badalamenti in teleconferenza, quando in quel dialetto essenziale affrontò il boss: “tu hai ucciso Peppino”. Dunque Peppino non sei mai stato un terrorista, ma un militante comunista rivoluzionario vittima della violenza mafiosa. Oggi dopo 40 anni il tuo pensiero, il tuo modo di fare Antimafia sono modelli educativi per intere generazioni, compresa la mia. Un modello di Antimafia sociale, definita l’Antimafia di tutti i giorni, fatta di piccoli gesti quotidiani verso di se e verso gli altri per tracciare un solco netto e profondo fra buona politica e malapolitica; fra buona impresa e malaimpresa; fra la cultura del diritto da quella della violenza e della coercizione.

Antimafia sociale utile perché c’è tanto da fare in un Paese allo sbando nel quale si fanno grandi opere, non perché sono utili ai suoi cittadini o al suo sistema produttivo, le fanno perché sono utili ai poteri forti per distribuire risorse dal basso verso l’alto della società attraverso appalti nei quali partecipano anche imprese legate alle mafie.

C’è tanto da fare in un Paese dove bisogna ancora lottare per mettere la parola verità sulle stragi come Piazza Fontana, oppure per le morti di Ilria Alpi, Miran Hrovatin e quella di Giulio Regeni; nelle quali sono morti i migliori servitori della Stato, siano essi Magistrati, Carabinieri e Poliziotti. Dobbiamo ancora lottare perché le mafie condizionano la vita politica del Paese attraverso la  corruzione e la colonizzazione degli apparati statali. Non solo gli apparati statali nazionali, ma anche regionali, provinciali e comunali. Qui da noi in Brianza mazzette per corrompere amministrazioni comunali al fine di avere mano libera per PGT colabrodo. Oppure sindaci che costituiscono società nelle quali fanno affari con uomini della camorra e per non esporsi in prima persona si fanno rappresentare dalla propria moglie come il sindaco di Seregno Giacinto Mariani. Oppure il sindaco di Sedriano in carcere per corruzione e associazione a delinquere non si dimette e la maggioranza che governa quel comune non lo sfiducia nemmeno. Oppure quel politico in regione Lombardia, Domenico Zambetti, che va lui dagli uomini della ndrangheta a chiedere e a pagare voti; non il contrario come storicamente conoscevamo come: “il voto di scambio”.

Siamo in un Paese malato, dove si fa fatica arrivare alla seconda settimana, ma ci sono anche persone che sperperano la pensione giocando alle macchinette, alle slot machine, cercando nella fortuna il riscatto dalla miseria, diventando dipendenti e schiavi di questa nuova malattia la ludopatia.

Tuttavia, caro Peppino, il Paese sano comincia a reagire con forza sia attraverso il contrasto della Magistratura e delle forze inquirenti ma anche con una generalizzata consapevolezza che la lotta alle mafie è lotta per la democrazia. Uno degli strumenti di questa lotta è anche la confisca dei beni ai mafiosi e ai loro complici. Proprio in questi giorni stando a Cinisi per le iniziative alla tua memoria, ho dormito in un residence confiscato ad un mafioso nel quale ci lavorano molti giovani e la sensazione è stata di incredibile intensità, come quando si entra nella ex casa Badalamenti. Tanto quanto è stato bello mangiarsi un arancino in una pasticceria dove sulla porta c’era il simbolo di Addio Pizzo.  Fatti, accadimenti e sensazioni uniche che ci fanno dire che la lotta è dura, difficile ma che la possiamo vincere, se continueremo a camminare dritti su quel sentiero di rigore etico e morale che ha segnato la tua vita. Ma devi sapere che il tuo sacrificio non è stato inutile. Noi con le tue idee andiamo avanti, senza se e senza ma!

Ciao Peppino
 
(scritta nel 2013)
 
 
admin, Cinisi 9 maggio 2018

 

 


sabato 5 maggio 2018

MAGGIO 1978 - MAGGIO 2018
40° anniversario dell'assassinio mafioso di Peppino Impastato
Come allora presenti per continuare con sempre più impegno e determinazione.












martedì 17 aprile 2018


 
Storie di ordinaria malavita brianzola.
 
Germania Biondo ex moglie di  Paolo Vivacqua ucciso nel suo ufficio di Desio nel novembre di quattro anni fa non dovrà affrontare il processo in Cassazione. Ieri l'avvocato Manuela Cacciuttolo che l'ha difesa le ha annunciato che la Procura di Milano ha rinunciato ad appellare la sentenza e quindi per lei l'iter giudiziario è positivamente concluso. E però rimasta in carcere a Monza 13 mesi ed ai domiciliari sette mesi. Quando il legale l'ha chiamata per darle la bella notizia lei è scoppiata in un pianto dirotto. Pianto liberatorio.
L'ordinanza del Gip Alfredo De Lillo che il 23 marzo 2014 l'aveva associata al carcere di via Sanquirico perché tre annotazioni dei carabinieri di Desio al pm Donata Costa la indicavano  quale “mandante dell'omicidio”.
Agosto 2011. Tre mesi prima di essere ucciso nel suo ufficio di Desio Paolo Vivacqua fu oggetto di un agguato notturno in Sicilia. La sua Bmw venne crivellata di colpi. Di questa vicenda però non c'è traccia nella sentenza d'appello - depositata dopo sette mesi - che ha confermato la pena dell'ergastolo per Antonino Giarrana e Antonio Radaelli (reo confessi dell'uccisione di Franca Lojacono, consuocera del rotamat di Ravanusa), 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca.
Quella di Vivacqua è stata certamente un'esecuzione essendo stato il Vivacqua freddato mentre dava le spalle allo sparatore per cui emerge – scrive Ivana Caputo, consigliere estensore della sentenza – che l'uccisione fosse stata programmata, evidentemente perché non vi era per Diego Barba più alcuna valida aspettativa di avvantaggiarsi per il futuro delle iniziative del Vivacqua, essendo stati sia lui che la moglie Germania Biondo, sua attuale amante, messi da parte e non più coinvolti nei suoi affari”. “Le modalità con cui i killer sono entrati nell'ufficio di Desio si può ipotizzare o che Vivacqua avesse aperto a persona che conosceva o che l'esecutore, o gli esecutori, si fossero introdotti nell'ufficio prima del suo arrivo o senza che se ne accorgesse. In proposito può rilevarsi che Vivacqua poteva conoscere certamente Antonino Giarrana,  inoltre era anche possibile che l'esecutore si fosse introdotto nell'immobile quando Vivacqua non c'era, sia perché una copia della chiave poteva essere in possesso della Biondo e frequentava attualmente Barba, sia perché questi aveva eseguito tutti gli impianti di sicurezza negli immobili della vittima e quindi poteva dare suggerimenti per accedere all'ufficio. Dalle risultanze processuali risulta che certamente è Diego Barba la mente delle azioni che hanno portato all'omicidio di Vivacqua: solo lui poteva indicare i tempi e i modi per raggiungere la vittima nell'ufficio dove in parte esercitava la sua attività. Anche l'informazione circa la possibile esistenza della borsa con i soldi (di Bricoman  - ndr) non trovata nell'ufficio di Vivacqua presso Franca Lojacono consuocera di questi, non poteva che arrivare da Barba tramite Salvino La Rocca, cugino di Giarrana”.
In quanto a Salvino La Rocca egli ha costituito l'anello di collegamento tra il mandante Barba e gli esecutori del delitto, Giarrana e Radaelli, ruolo che, incontestabilmente, emerge dalle deposizioni di Gino Guttuso e Luigi Mignemi e dalle affermazioni fatte da Giarrana nel corso dei colloqui intercettati in carcere col fratello Carmelo. Dalle intercettazioni sembra emergere anche una responsabilità del La Rocca per quanto riguarda il delitto Lojacono ed effettivamente può ritenersi che proprio dal cugino, grazie ai rapporti di questi con Barba, Giarrana abbia appreso della possibilità che la borsa con i milioni di euro non rinvenuta nell'ufficio di Vivacqua si trovasse presso la consuocera, anche se però per La Rocca e Barba nel corso delle indagini non erano emersi elementi che consentivano di procedere anche nei loro confronti... Alla vigilia dell'omicidio La Rocca e Barba si sono mossi assieme per un lungo viaggio (in Germania – ndr) e questo dimostra il legame che giustifica il  fatto che Barba si sia rivolto a La Rocca per ricercare esecutori di atti illeciti nei confronti di Vivacqua”.
Per i giudici d'appello “proprio la deposizione testimoniale resa in primo grado da Elena Pricop, baby sitter rumena assunta da Paolo Vivacqua per le faccende domestiche ed accudire al piccolo Nicolas nato dalla relazione con Lavinia Mihalache, fa emergere l'infondatezza della ricostruzione fornita della fonte confidenziale del colonnello Marco Selmi della Guardia di finanza”.

Cosa disse il colonnello Selmi deponendo in qualità di teste a Monza?
Nel maggio 2011 Vivacqua aveva ospitato un intermediario che veniva dalla Sicilia e che doveva uccidere qualcuno. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornata in Sicilia per uccidere qualcuno”.
E ancora: “Da  soggetto che qualche  anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato all'ergastolo nel 1992 – ndr) cominciammo ad indagare sui gruppi criminali del settore dei metalli. Individuammo un capannone a Piantedo (Sondrio) della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo e dei figli Gaetano e Antonio e Vincenzo Infantino. Dalle intercettazioni scoprimmo contatti con Massimo Ciancimino e soggetti in Svizzera e Slovenia. Risalimmo al prestanome di Paolo Vivacqua a cui era intestato un conto in una banca Svizzera, gli appoggi che aveva negli uffici postali, il ruolo di società come la FV Metalli e D&G Trasporti e per non disperdere i dati informammo Milano e Monza. Segnalammo alla Procura di Milano che avevamo contezza che il gruppo di Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia e che venivano pagate tangenti relative a terreni agricoli in Brianza...”. E ancora: “Con una informativa del 22 maggio 2012 (sei mesi dopo l'omicidio di Paolo Vivacqua – ndr) segnalammo che Carmi Mihalache, fratello di Lavinia compagna del Vivacqua, è andato nell'ufficio ed ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con una persona dell'età tra i 20 e i 40 anni. Carmi era da due settimane in Italia, proveniva dalla Romania e la persona che era con lui veniva dalla Spagna. I due erano arrivati in Italia su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo. Al magistrato di Milano ho fatto il nome della persona che voleva uccidere Vivacqua”.  
Della precisa testimonianza del colonnello Marco Selmi non si trova traccia nella sentenza d'appello. Neppure una riga per riferire la sua risposta ad una domanda fattagli nel corso del processo d'appello dal presidente Fabio Tucci: “La sua fonte confidenziale era Diego Barba?”. “Mai conosciuto Barba. Ho appreso il suo nome dopo aver testimoniato a Monza”.
E però la sentenza sposa la tesi di “Barba depistatore”. Scrivono i giudici: “Deve concludersi che la cosidetta pista Mihalache non sia idonea a costituire un'alternativa verosimilmente tale da indurre dubbi sulla tesi accusatoria anche in relazione ai riferimenti fatti dal col Selmi alla fonte confidenziale che l'aveva suggerita che in realtà, dagli atti, risulta che indicazioni su questo possibile percorso di indagine erano state fornite alla polizia giudiziaria proprio dall'imputato Barba negli stessi termini di cui alle informazioni confidenziali pervenute al Selmi con riferimenti alla teste Pricop, al coinvolgimento dei fratelli di Lavinia”. In realt
L'informatore del colonnello Selmi è Fernando Ronchi titolare della Vanco Group di Traona (Sondrio) e delle società svizzere Ronfin Sagl e Rigmor Sagl - costituite rispettivamente il 12 giugno 2007 e il 23 aprile 2009 - entrambe con capitale di 20 mila franchi svizzeri.
Nel 1991, Ronchi ferì con un colpo di pistola alla testa il gestore della pizzeria Baia's di Piona (Sondrio) e per questo reato è stato condannato ad una pena di 7 anni. Fu in quel periodo di carcerazione che conobbe il boss della n'drangheta lecchese Franco Coco Trovato. A fine aprile 2011 tornò in carcere con l'accusa d'aver dato ospitalità nella sua villa a San Bello di Morbegno al latitante calabrese Franco Crivaro colpito da mandato di cattura nell'operazione Crimine. Crivaro, in sella ad una Yamaha, scortava un carico di ulivi destinato alla proprietà di Ronchi. Il valtellinese torna quindi in carcere a dicembre 2012 quando scatta l'operazione Iron-Efesto della Guardia di finanza di Sondrio coordinata dal colonnello Selmi con la Squadra Mobile che scardina l'organizzazione transnazionale tra Italia, Ungheria, Romania, Austria, Slovenia, Croazia ed Albania sul traffico di metalli di cui Fernando Ronchi, che è il principale imputato, viene intercettato con Massimo Ciancimino jr figlio dell'ex sindaco di Palermo. Ad aprile dello scorso anno Ronchi, giudicato con rito abbreviato a Sondrio, è stato condannato in continuazione a 10 anni di carcere. E' in attesa dell'udienza d'appello a Milano che farà luce sui legami e gli affari con Ciancimino jr.
Inattendibile per la Corte quanto dice la fonte confidenziale del colonnello Selmi riguardo alla pista Mihalache. “A parere della Corte proprio dalla testimonianza di Elena Pricop appare emergere l'infondatezza della ricostruzione fornita dalla fonte confidenziale del colonnello Selmi. La teste ha riferito d'aver accompagnato la coppia per tenere il bambino (Nicolas – ndr) quando agli inizi di novembre si erano recati in Romania perché Paolo doveva vedere un immobile che voleva acquistare e si era incontrato anche con i fratelli di Lavinia. Questi poi erano venuti in Italia sul fine settimana successivo. Lei se ne era resa conto perché aveva visto le valige nella casa di Milano (in realtà a Carate Brianza – ndr) sabato 12 novembre ma non le aveva invece trovate il lunedì successivo, il giorno 14 quand'era avvenuto l'omicidio...Paolo si serviva di Carmi come interprete di lavori con l'estero e questi era spesso in Italia. Altresì Paolo incaricava i fratelli della compagna per varie incombenze da assolvere in Romania. E' rilevante invece che avesse coinvolto e coinvolgesse i fratelli di Lavinia così procurando loro fonti di reddito”.
Conclusione dei giudici: “Se dovevano uccidere Paolo in Italia non sarebbe stato logico farsi ospitare in casa dalla sorella Lavinia”.
In merito alla telefonata che Lavinia, allarmata, dichiara d'aver fatto alle 10.50 a Paolo la mattina dell'omicidio e che non risulta dai tabulati viene giustificata così: “Lavinia ha evidentemente conservato un errato ricordo, indotta dal trauma della scoperta dell'omicidio”.   
Per i giudici d'appello dunque – nonostante le secche smentite - l'inattendibile confidente del colonnello Selmi sarebbe Diego Barba mentre le dichiarazioni di Gino Gattuso che sostengono l'inchiesta “appaiono precise e lineari e non emerge dagli atti alcun interesse a mentire sulle circostanze della riunione a casa di Giarrana e al prestito dello scooter usato per andare ad uccidere Paolo Vivacqua”. Idem “precise, lineari e credibili” anche le dichiarazioni di Luigi Mignemi che chiese d'essere sentito dal sostituto procuratore di Monza Donata Costa dopo aver fatto avere in Procura nel dicembre 2013 (quattro mesi dopo essere arrivato in carcere a Monza – ndr) ed aver spedito il 14 aprile, quattro giorni dopo aver reso dichiarazioni al pm Costa, un'altra lettera in cui chiedeva “un aiuto per i procedimenti in corso”. E il trasferimento, ottenuto , nel carcere di Pavia.
Particolari non di poco conto: non è stata tenuta in considerazione la testimonianza di Giovanni Fondecaro detenuto nel carcere di Monza: “Mignemi voleva coinvolgermi in false dichiarazioni”; che Mignemi ha trascorso un lungo periodo di libertà a Morbegno dove l'inchiesta Iron-Efesto ha avuto origine e coinvolgeva anche la famiglia di Paolo Vivacqua.
Mignemi conosceva Fernando Ronchi frequentatore dell'Osteria del Zep il cui titolare gli forniva i pasti.
Grave carenza però non avere eseguito la prova calligrafica sui tre bigliettini a suo dire ricevuti da Antonino Giarrana consegnati al sostituto procuratore Donata Costa così come non furono effettuati i rilievi nell'ufficio di Desio e sulla Bmw di Paolo Vivacqua: l'auto crivellata di colpi vicino a Siracusa la notte di ferragosto 2011. Riportata in Brianza da Enzo Infantino, braccio destro del rotamat intestatario di numerosi conti correnti postali e bancari in Brianza e a Ravanusa. Mai venuto a testimoniare nonostante le numerose richieste fatte dall'avvocatessa Manuela Cacciuttolo e dalla promessa del presidente Giuseppe Airò: “Lo faremo arrivare a Monza con l'accompagnamento dai carabinieri”.
In ogni grado di giudizio abbiamo un diverso movente – è il commento di Manuela Cacciuttolo difensore di Germania Biondo e Diego Barba -. Non c'è senso di rivalsa di Barba nei confronti di Paolo Vivacqua poiché Barba non è mai stato coinvolto negli affari di Vivacqua; inattendibile è Luigi Mignemi che in Appello dichiara d'aver letto l'ordinanza di custodia cautelare dopo aver mentito su questa circostanza in Assise.
Inconcepibile invece come è stato possibile non credere al colonnello Marco Selmi, stimato investigatore che passa informazioni alla polizia giudiziaria e questa non le sviluppa perché ritenevano provenissero da Barba quando invece Selmi dice di non averlo mai conosciuto. La Corte  ha invece creduto a due persone del livello di Guttuso e Mignemi. Io credo che in carcere ci sia una persona innocente e che Barba non sia il mandante dell'uccisione di Vivacqua”.
Per Gianluca Orlando codifensore di Barba “La sentenza d'Appello ha confermato le pene ma la motivazione è diversa: nessun motivo di risentimento da parte del mio assistito, il movente questa volta è la valigia con i soldi di Bricoman”.
La sentenza d'Appello non ha tenuto conto della rinnovazione dibattimentale – commenta Salvatore Manganello che difende Salvino La Rocca - . Il colonnello Selmi ha escluso categoricamente che Barba fosse la sua fonte ed i giudici hanno ipotizzato un nuovo non meglio precisato movente economico”. 
Sentenza ancor meno condivisibile – per Alessandro Frigerio che con Manganello assiste La Rocca -. Pensavamo di risolvere in Appello le questioni di merito, andremo in Cassazione”.
I ricorsi in Cassazione per Barba, La Rocca, Giarrana e Radaelli sono stati presentati. ed entro marzo 2019 dovrà iniziare il processo di terzo grado. Altrimenti Diego Barba e Salvino La Rocca verrebbero scarcerati per scadenza dei termini.

 
di Pier Attilio Trivulzio
 

Monza, 17 aprile 2018

domenica 4 febbraio 2018

IDRA CRIMINALE.
"COSA NOSTRA" SI E' NDRANGHETIZZATA. AFFARI, CORRUZIONE E POLITICA SONO IL SUO ELISIR DI LUNGA VITA.

La morte di Salvatore Riina e le recenti elezioni regionali siciliane ci segnalano due fatti. Il primo è che se lo Stato fa il suo dovere la vita dei grandi capi delle organizzazioni criminali è segnata dalla latitanza o dal carcere a vita e a fine vita non gli viene concesso nemmeno il funerale. Questi fatti messi insieme sono un monito per tutti i "picciotti" e i capi e capetti della "cupola" in vena di scalate di potere all'interno all'organizzazione. Il secondo è che sicuramente dopo le stragi "cosa nostra" è stata l'organizzazione più attenzionata e colpita dallo Stato, ma come si è potuto rilevare durante la campagna elettorale e anche dopo, con gli arresti di neoeletti all' ARS, l'attività corruttivo-affaristica dei plenipotenziari dei clan non è mutata: hanno influenzato il risultato finale e la classe dirigente neo eletta è sotto scacco dell'organizzazione. Infatti per poter stringere il "patto politico" il centrodestra, ma anche spezzoni del centrosinistra hanno riaperto, ad esempio, il tormentone del "Ponte sulla Stretto" e promesso altre grandi opere, con il preciso intento di andare a catturare quei voti che sono poi arrivati; visto l'alto numero di preferenze che personaggi opachi e rampolli di famiglie mafiose hanno preso.
 
Ma "cosa nostra" da tempo non è più "coppola e lupara" semmai lo fosse stata. Infatti nei processi contro Andreotti e Dell'Utri si è potuto toccare con mano che quel binomio era uno specchietto per le allodole: "Cosa nostra" dallo sbarco degli americani nella seconda guerra mondiale, la Strage di Portella della Ginestra e la morte di Gaspare Pisciotta ha sviluppato una rete di relazioni affaristico politiche molto raffinate in Italia e oltre oceano. Tutti elementi che ci fanno pensare che non eravamo in presenza di "70 pecorai" come scrive Attilio Bolzoni. Dunque "cosa nostra" dopo la stagione delle stragi si è inabissata, invisibile ma non immobile. Le mafie hanno stretto da tempo un patto di non belligeranza, perché al di la del controllo del proprio territorio il vero business è fuori dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Campania e dalla Puglia. Oggi "cosa nostra" controlla rotte marittime veri corridoi criminali dove le altre organizzazioni fanno passare di tutto. Tutta la compagna contro le ONG, partita proprio dalla Sicilia, sull'aiuto in mare ai migranti; il traffico di essere umani, il traffico di organi, la presenza di veri e propri mini eserciti di "picciotti" sugli scenari di guerra, dalla Libia, Siria, Iraq etc...che forniscono armi e servizi ai cd "signori della guerra" sono la testimonianza tangibile di una organizzazione attiva e tutt'altro che domata. Dunque se la ndrangheta ha occupato spazi lasciati da "cosa nostra" come nel traffico degli stupefacenti; i calabresi devono pagare il pedaggio ai siciliani per il passaggio delle navi in rotta per i porti italiani che inevitabilmente devono passare nel canale di Sicilia. Infine e non meno importante le organizzazioni criminali, in possesso di quantità inimmaginabile di denaro, operano oramai indisturbate nel mercato legale. La grande opera di lavaggio e di riciclaggio del soldi proventi di attività illegali è continua e sul mercato, per quanto riguarda le grandi opere, il movimento terra, lo smaltimento dei rifiuti, lo smaltimento dei rifiuti speciali e nucleari, la logistica sono presenti imprese legate alle organizzazioni criminali come emersa dalle inchieste sulla TAV in Val Susa, su Expo, sul Mose. Così oggi per i cronisti, senza sangue per le strade e senza bombe diviene difficile percepire l'organizzazione, perché ancora formattati con l'antimafia senzazionalistica. Ma se si seguono i processi (Stato - Mafia, Mannino, Ciancimino) e si leggono le carte delle imprese coinvolte nei loro traffici e i flussi finanziari si capisce a quale soggetto criminale plurimafioso siamo davanti: una specia di Idra criminale. Se a questo aggiungiamo le politiche liberiste dei vari governo di CS e CD, in materia di lavoro, di appalti e di regole finanziarie, che hanno aperto alla legalizzazione del caporalato, e alla depenalizzazione del falso in bilancio e tutti gli annessi e connessi si capisce quale campo libero lo Stato (politico) ha lasciato alle organizzazioni criminali; restringendo nello stesso tempo lo spazio di manovra alla Magistratura depauperata di uomini e mezzi (bavaglio alle intercettazioni che nei processi sono strumento di prova) e con un codice antimafia appena approvato al quale sono state tolte, dalla lettura al Senato alla Camera, da una "manina" amica,  una serie di reati che proprio l'Europa ci chiedeva, come spesso si scrive. Ma in questo caso la politica è stata indifferente e le mafie non possono che ringraziare.
 Admin, 2 gennaio 2018