Osservatorio Antimafie della Brianza*

Osservatorio Antimafie della Brianza*
I GIOVANI HANNO BISOGNO DI EROI VIVI

mercoledì 9 maggio 2018

LETTERA A PEPPINO

Caro Peppino,

sono passati 40 anni da quando la violenza mafiosa ha pensato di spegnere il grande fuoco di Libertà, di Verità e di emancipazione dalla cultura feudale mafiosa, che avevi acceso da Cinisi e in tutta la Sicilia. Un fuoco che si doveva spegnere su quei binari della ferrovia dove i sicari del boss Badalamenti ti hanno portato per simulare un attentato del quale saresti dovuto essere vittima. Ci sono voluti 25 anni per giungere alla verità; una verità cercata con forza dai tuoi compagni di lotta, ma in primo luogo da mamma Felicia e da tuo fratello Giovanni. Non dimenticherò mai Felicia nell’aula bunker, al processo con Badalamenti in teleconferenza, quando in quel dialetto essenziale affrontò il boss: “tu hai ucciso Peppino”. Dunque Peppino non sei mai stato un terrorista, ma un militante comunista rivoluzionario vittima della violenza mafiosa. Oggi dopo 40 anni il tuo pensiero, il tuo modo di fare Antimafia sono modelli educativi per intere generazioni, compresa la mia. Un modello di Antimafia sociale, definita l’Antimafia di tutti i giorni, fatta di piccoli gesti quotidiani verso di se e verso gli altri per tracciare un solco netto e profondo fra buona politica e malapolitica; fra buona impresa e malaimpresa; fra la cultura del diritto da quella della violenza e della coercizione.

Antimafia sociale utile perché c’è tanto da fare in un Paese allo sbando nel quale si fanno grandi opere, non perché sono utili ai suoi cittadini o al suo sistema produttivo, le fanno perché sono utili ai poteri forti per distribuire risorse dal basso verso l’alto della società attraverso appalti nei quali partecipano anche imprese legate alle mafie.

C’è tanto da fare in un Paese dove bisogna ancora lottare per mettere la parola verità sulle stragi come Piazza Fontana, oppure per le morti di Ilria Alpi, Miran Hrovatin e quella di Giulio Regeni; nelle quali sono morti i migliori servitori della Stato, siano essi Magistrati, Carabinieri e Poliziotti. Dobbiamo ancora lottare perché le mafie condizionano la vita politica del Paese attraverso la  corruzione e la colonizzazione degli apparati statali. Non solo gli apparati statali nazionali, ma anche regionali, provinciali e comunali. Qui da noi in Brianza mazzette per corrompere amministrazioni comunali al fine di avere mano libera per PGT colabrodo. Oppure sindaci che costituiscono società nelle quali fanno affari con uomini della camorra e per non esporsi in prima persona si fanno rappresentare dalla propria moglie come il sindaco di Seregno Giacinto Mariani. Oppure il sindaco di Sedriano in carcere per corruzione e associazione a delinquere non si dimette e la maggioranza che governa quel comune non lo sfiducia nemmeno. Oppure quel politico in regione Lombardia, Domenico Zambetti, che va lui dagli uomini della ndrangheta a chiedere e a pagare voti; non il contrario come storicamente conoscevamo come: “il voto di scambio”.

Siamo in un Paese malato, dove si fa fatica arrivare alla seconda settimana, ma ci sono anche persone che sperperano la pensione giocando alle macchinette, alle slot machine, cercando nella fortuna il riscatto dalla miseria, diventando dipendenti e schiavi di questa nuova malattia la ludopatia.

Tuttavia, caro Peppino, il Paese sano comincia a reagire con forza sia attraverso il contrasto della Magistratura e delle forze inquirenti ma anche con una generalizzata consapevolezza che la lotta alle mafie è lotta per la democrazia. Uno degli strumenti di questa lotta è anche la confisca dei beni ai mafiosi e ai loro complici. Proprio in questi giorni stando a Cinisi per le iniziative alla tua memoria, ho dormito in un residence confiscato ad un mafioso nel quale ci lavorano molti giovani e la sensazione è stata di incredibile intensità, come quando si entra nella ex casa Badalamenti. Tanto quanto è stato bello mangiarsi un arancino in una pasticceria dove sulla porta c’era il simbolo di Addio Pizzo.  Fatti, accadimenti e sensazioni uniche che ci fanno dire che la lotta è dura, difficile ma che la possiamo vincere, se continueremo a camminare dritti su quel sentiero di rigore etico e morale che ha segnato la tua vita. Ma devi sapere che il tuo sacrificio non è stato inutile. Noi con le tue idee andiamo avanti, senza se e senza ma!

Ciao Peppino
 
(scritta nel 2013)
 
 
admin, Cinisi 9 maggio 2018

 

 


sabato 5 maggio 2018

MAGGIO 1978 - MAGGIO 2018
40° anniversario dell'assassinio mafioso di Peppino Impastato
Come allora presenti per continuare con sempre più impegno e determinazione.












martedì 17 aprile 2018


 
Storie di ordinaria malavita brianzola.
 
Germania Biondo ex moglie di  Paolo Vivacqua ucciso nel suo ufficio di Desio nel novembre di quattro anni fa non dovrà affrontare il processo in Cassazione. Ieri l'avvocato Manuela Cacciuttolo che l'ha difesa le ha annunciato che la Procura di Milano ha rinunciato ad appellare la sentenza e quindi per lei l'iter giudiziario è positivamente concluso. E però rimasta in carcere a Monza 13 mesi ed ai domiciliari sette mesi. Quando il legale l'ha chiamata per darle la bella notizia lei è scoppiata in un pianto dirotto. Pianto liberatorio.
L'ordinanza del Gip Alfredo De Lillo che il 23 marzo 2014 l'aveva associata al carcere di via Sanquirico perché tre annotazioni dei carabinieri di Desio al pm Donata Costa la indicavano  quale “mandante dell'omicidio”.
Agosto 2011. Tre mesi prima di essere ucciso nel suo ufficio di Desio Paolo Vivacqua fu oggetto di un agguato notturno in Sicilia. La sua Bmw venne crivellata di colpi. Di questa vicenda però non c'è traccia nella sentenza d'appello - depositata dopo sette mesi - che ha confermato la pena dell'ergastolo per Antonino Giarrana e Antonio Radaelli (reo confessi dell'uccisione di Franca Lojacono, consuocera del rotamat di Ravanusa), 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca.
Quella di Vivacqua è stata certamente un'esecuzione essendo stato il Vivacqua freddato mentre dava le spalle allo sparatore per cui emerge – scrive Ivana Caputo, consigliere estensore della sentenza – che l'uccisione fosse stata programmata, evidentemente perché non vi era per Diego Barba più alcuna valida aspettativa di avvantaggiarsi per il futuro delle iniziative del Vivacqua, essendo stati sia lui che la moglie Germania Biondo, sua attuale amante, messi da parte e non più coinvolti nei suoi affari”. “Le modalità con cui i killer sono entrati nell'ufficio di Desio si può ipotizzare o che Vivacqua avesse aperto a persona che conosceva o che l'esecutore, o gli esecutori, si fossero introdotti nell'ufficio prima del suo arrivo o senza che se ne accorgesse. In proposito può rilevarsi che Vivacqua poteva conoscere certamente Antonino Giarrana,  inoltre era anche possibile che l'esecutore si fosse introdotto nell'immobile quando Vivacqua non c'era, sia perché una copia della chiave poteva essere in possesso della Biondo e frequentava attualmente Barba, sia perché questi aveva eseguito tutti gli impianti di sicurezza negli immobili della vittima e quindi poteva dare suggerimenti per accedere all'ufficio. Dalle risultanze processuali risulta che certamente è Diego Barba la mente delle azioni che hanno portato all'omicidio di Vivacqua: solo lui poteva indicare i tempi e i modi per raggiungere la vittima nell'ufficio dove in parte esercitava la sua attività. Anche l'informazione circa la possibile esistenza della borsa con i soldi (di Bricoman  - ndr) non trovata nell'ufficio di Vivacqua presso Franca Lojacono consuocera di questi, non poteva che arrivare da Barba tramite Salvino La Rocca, cugino di Giarrana”.
In quanto a Salvino La Rocca egli ha costituito l'anello di collegamento tra il mandante Barba e gli esecutori del delitto, Giarrana e Radaelli, ruolo che, incontestabilmente, emerge dalle deposizioni di Gino Guttuso e Luigi Mignemi e dalle affermazioni fatte da Giarrana nel corso dei colloqui intercettati in carcere col fratello Carmelo. Dalle intercettazioni sembra emergere anche una responsabilità del La Rocca per quanto riguarda il delitto Lojacono ed effettivamente può ritenersi che proprio dal cugino, grazie ai rapporti di questi con Barba, Giarrana abbia appreso della possibilità che la borsa con i milioni di euro non rinvenuta nell'ufficio di Vivacqua si trovasse presso la consuocera, anche se però per La Rocca e Barba nel corso delle indagini non erano emersi elementi che consentivano di procedere anche nei loro confronti... Alla vigilia dell'omicidio La Rocca e Barba si sono mossi assieme per un lungo viaggio (in Germania – ndr) e questo dimostra il legame che giustifica il  fatto che Barba si sia rivolto a La Rocca per ricercare esecutori di atti illeciti nei confronti di Vivacqua”.
Per i giudici d'appello “proprio la deposizione testimoniale resa in primo grado da Elena Pricop, baby sitter rumena assunta da Paolo Vivacqua per le faccende domestiche ed accudire al piccolo Nicolas nato dalla relazione con Lavinia Mihalache, fa emergere l'infondatezza della ricostruzione fornita della fonte confidenziale del colonnello Marco Selmi della Guardia di finanza”.

Cosa disse il colonnello Selmi deponendo in qualità di teste a Monza?
Nel maggio 2011 Vivacqua aveva ospitato un intermediario che veniva dalla Sicilia e che doveva uccidere qualcuno. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornata in Sicilia per uccidere qualcuno”.
E ancora: “Da  soggetto che qualche  anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato all'ergastolo nel 1992 – ndr) cominciammo ad indagare sui gruppi criminali del settore dei metalli. Individuammo un capannone a Piantedo (Sondrio) della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo e dei figli Gaetano e Antonio e Vincenzo Infantino. Dalle intercettazioni scoprimmo contatti con Massimo Ciancimino e soggetti in Svizzera e Slovenia. Risalimmo al prestanome di Paolo Vivacqua a cui era intestato un conto in una banca Svizzera, gli appoggi che aveva negli uffici postali, il ruolo di società come la FV Metalli e D&G Trasporti e per non disperdere i dati informammo Milano e Monza. Segnalammo alla Procura di Milano che avevamo contezza che il gruppo di Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia e che venivano pagate tangenti relative a terreni agricoli in Brianza...”. E ancora: “Con una informativa del 22 maggio 2012 (sei mesi dopo l'omicidio di Paolo Vivacqua – ndr) segnalammo che Carmi Mihalache, fratello di Lavinia compagna del Vivacqua, è andato nell'ufficio ed ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con una persona dell'età tra i 20 e i 40 anni. Carmi era da due settimane in Italia, proveniva dalla Romania e la persona che era con lui veniva dalla Spagna. I due erano arrivati in Italia su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo. Al magistrato di Milano ho fatto il nome della persona che voleva uccidere Vivacqua”.  
Della precisa testimonianza del colonnello Marco Selmi non si trova traccia nella sentenza d'appello. Neppure una riga per riferire la sua risposta ad una domanda fattagli nel corso del processo d'appello dal presidente Fabio Tucci: “La sua fonte confidenziale era Diego Barba?”. “Mai conosciuto Barba. Ho appreso il suo nome dopo aver testimoniato a Monza”.
E però la sentenza sposa la tesi di “Barba depistatore”. Scrivono i giudici: “Deve concludersi che la cosidetta pista Mihalache non sia idonea a costituire un'alternativa verosimilmente tale da indurre dubbi sulla tesi accusatoria anche in relazione ai riferimenti fatti dal col Selmi alla fonte confidenziale che l'aveva suggerita che in realtà, dagli atti, risulta che indicazioni su questo possibile percorso di indagine erano state fornite alla polizia giudiziaria proprio dall'imputato Barba negli stessi termini di cui alle informazioni confidenziali pervenute al Selmi con riferimenti alla teste Pricop, al coinvolgimento dei fratelli di Lavinia”. In realt
L'informatore del colonnello Selmi è Fernando Ronchi titolare della Vanco Group di Traona (Sondrio) e delle società svizzere Ronfin Sagl e Rigmor Sagl - costituite rispettivamente il 12 giugno 2007 e il 23 aprile 2009 - entrambe con capitale di 20 mila franchi svizzeri.
Nel 1991, Ronchi ferì con un colpo di pistola alla testa il gestore della pizzeria Baia's di Piona (Sondrio) e per questo reato è stato condannato ad una pena di 7 anni. Fu in quel periodo di carcerazione che conobbe il boss della n'drangheta lecchese Franco Coco Trovato. A fine aprile 2011 tornò in carcere con l'accusa d'aver dato ospitalità nella sua villa a San Bello di Morbegno al latitante calabrese Franco Crivaro colpito da mandato di cattura nell'operazione Crimine. Crivaro, in sella ad una Yamaha, scortava un carico di ulivi destinato alla proprietà di Ronchi. Il valtellinese torna quindi in carcere a dicembre 2012 quando scatta l'operazione Iron-Efesto della Guardia di finanza di Sondrio coordinata dal colonnello Selmi con la Squadra Mobile che scardina l'organizzazione transnazionale tra Italia, Ungheria, Romania, Austria, Slovenia, Croazia ed Albania sul traffico di metalli di cui Fernando Ronchi, che è il principale imputato, viene intercettato con Massimo Ciancimino jr figlio dell'ex sindaco di Palermo. Ad aprile dello scorso anno Ronchi, giudicato con rito abbreviato a Sondrio, è stato condannato in continuazione a 10 anni di carcere. E' in attesa dell'udienza d'appello a Milano che farà luce sui legami e gli affari con Ciancimino jr.
Inattendibile per la Corte quanto dice la fonte confidenziale del colonnello Selmi riguardo alla pista Mihalache. “A parere della Corte proprio dalla testimonianza di Elena Pricop appare emergere l'infondatezza della ricostruzione fornita dalla fonte confidenziale del colonnello Selmi. La teste ha riferito d'aver accompagnato la coppia per tenere il bambino (Nicolas – ndr) quando agli inizi di novembre si erano recati in Romania perché Paolo doveva vedere un immobile che voleva acquistare e si era incontrato anche con i fratelli di Lavinia. Questi poi erano venuti in Italia sul fine settimana successivo. Lei se ne era resa conto perché aveva visto le valige nella casa di Milano (in realtà a Carate Brianza – ndr) sabato 12 novembre ma non le aveva invece trovate il lunedì successivo, il giorno 14 quand'era avvenuto l'omicidio...Paolo si serviva di Carmi come interprete di lavori con l'estero e questi era spesso in Italia. Altresì Paolo incaricava i fratelli della compagna per varie incombenze da assolvere in Romania. E' rilevante invece che avesse coinvolto e coinvolgesse i fratelli di Lavinia così procurando loro fonti di reddito”.
Conclusione dei giudici: “Se dovevano uccidere Paolo in Italia non sarebbe stato logico farsi ospitare in casa dalla sorella Lavinia”.
In merito alla telefonata che Lavinia, allarmata, dichiara d'aver fatto alle 10.50 a Paolo la mattina dell'omicidio e che non risulta dai tabulati viene giustificata così: “Lavinia ha evidentemente conservato un errato ricordo, indotta dal trauma della scoperta dell'omicidio”.   
Per i giudici d'appello dunque – nonostante le secche smentite - l'inattendibile confidente del colonnello Selmi sarebbe Diego Barba mentre le dichiarazioni di Gino Gattuso che sostengono l'inchiesta “appaiono precise e lineari e non emerge dagli atti alcun interesse a mentire sulle circostanze della riunione a casa di Giarrana e al prestito dello scooter usato per andare ad uccidere Paolo Vivacqua”. Idem “precise, lineari e credibili” anche le dichiarazioni di Luigi Mignemi che chiese d'essere sentito dal sostituto procuratore di Monza Donata Costa dopo aver fatto avere in Procura nel dicembre 2013 (quattro mesi dopo essere arrivato in carcere a Monza – ndr) ed aver spedito il 14 aprile, quattro giorni dopo aver reso dichiarazioni al pm Costa, un'altra lettera in cui chiedeva “un aiuto per i procedimenti in corso”. E il trasferimento, ottenuto , nel carcere di Pavia.
Particolari non di poco conto: non è stata tenuta in considerazione la testimonianza di Giovanni Fondecaro detenuto nel carcere di Monza: “Mignemi voleva coinvolgermi in false dichiarazioni”; che Mignemi ha trascorso un lungo periodo di libertà a Morbegno dove l'inchiesta Iron-Efesto ha avuto origine e coinvolgeva anche la famiglia di Paolo Vivacqua.
Mignemi conosceva Fernando Ronchi frequentatore dell'Osteria del Zep il cui titolare gli forniva i pasti.
Grave carenza però non avere eseguito la prova calligrafica sui tre bigliettini a suo dire ricevuti da Antonino Giarrana consegnati al sostituto procuratore Donata Costa così come non furono effettuati i rilievi nell'ufficio di Desio e sulla Bmw di Paolo Vivacqua: l'auto crivellata di colpi vicino a Siracusa la notte di ferragosto 2011. Riportata in Brianza da Enzo Infantino, braccio destro del rotamat intestatario di numerosi conti correnti postali e bancari in Brianza e a Ravanusa. Mai venuto a testimoniare nonostante le numerose richieste fatte dall'avvocatessa Manuela Cacciuttolo e dalla promessa del presidente Giuseppe Airò: “Lo faremo arrivare a Monza con l'accompagnamento dai carabinieri”.
In ogni grado di giudizio abbiamo un diverso movente – è il commento di Manuela Cacciuttolo difensore di Germania Biondo e Diego Barba -. Non c'è senso di rivalsa di Barba nei confronti di Paolo Vivacqua poiché Barba non è mai stato coinvolto negli affari di Vivacqua; inattendibile è Luigi Mignemi che in Appello dichiara d'aver letto l'ordinanza di custodia cautelare dopo aver mentito su questa circostanza in Assise.
Inconcepibile invece come è stato possibile non credere al colonnello Marco Selmi, stimato investigatore che passa informazioni alla polizia giudiziaria e questa non le sviluppa perché ritenevano provenissero da Barba quando invece Selmi dice di non averlo mai conosciuto. La Corte  ha invece creduto a due persone del livello di Guttuso e Mignemi. Io credo che in carcere ci sia una persona innocente e che Barba non sia il mandante dell'uccisione di Vivacqua”.
Per Gianluca Orlando codifensore di Barba “La sentenza d'Appello ha confermato le pene ma la motivazione è diversa: nessun motivo di risentimento da parte del mio assistito, il movente questa volta è la valigia con i soldi di Bricoman”.
La sentenza d'Appello non ha tenuto conto della rinnovazione dibattimentale – commenta Salvatore Manganello che difende Salvino La Rocca - . Il colonnello Selmi ha escluso categoricamente che Barba fosse la sua fonte ed i giudici hanno ipotizzato un nuovo non meglio precisato movente economico”. 
Sentenza ancor meno condivisibile – per Alessandro Frigerio che con Manganello assiste La Rocca -. Pensavamo di risolvere in Appello le questioni di merito, andremo in Cassazione”.
I ricorsi in Cassazione per Barba, La Rocca, Giarrana e Radaelli sono stati presentati. ed entro marzo 2019 dovrà iniziare il processo di terzo grado. Altrimenti Diego Barba e Salvino La Rocca verrebbero scarcerati per scadenza dei termini.

 
di Pier Attilio Trivulzio
 

Monza, 17 aprile 2018

domenica 4 febbraio 2018

IDRA CRIMINALE.
"COSA NOSTRA" SI E' NDRANGHETIZZATA. AFFARI, CORRUZIONE E POLITICA SONO IL SUO ELISIR DI LUNGA VITA.

La morte di Salvatore Riina e le recenti elezioni regionali siciliane ci segnalano due fatti. Il primo è che se lo Stato fa il suo dovere la vita dei grandi capi delle organizzazioni criminali è segnata dalla latitanza o dal carcere a vita e a fine vita non gli viene concesso nemmeno il funerale. Questi fatti messi insieme sono un monito per tutti i "picciotti" e i capi e capetti della "cupola" in vena di scalate di potere all'interno all'organizzazione. Il secondo è che sicuramente dopo le stragi "cosa nostra" è stata l'organizzazione più attenzionata e colpita dallo Stato, ma come si è potuto rilevare durante la campagna elettorale e anche dopo, con gli arresti di neoeletti all' ARS, l'attività corruttivo-affaristica dei plenipotenziari dei clan non è mutata: hanno influenzato il risultato finale e la classe dirigente neo eletta è sotto scacco dell'organizzazione. Infatti per poter stringere il "patto politico" il centrodestra, ma anche spezzoni del centrosinistra hanno riaperto, ad esempio, il tormentone del "Ponte sulla Stretto" e promesso altre grandi opere, con il preciso intento di andare a catturare quei voti che sono poi arrivati; visto l'alto numero di preferenze che personaggi opachi e rampolli di famiglie mafiose hanno preso.
 
Ma "cosa nostra" da tempo non è più "coppola e lupara" semmai lo fosse stata. Infatti nei processi contro Andreotti e Dell'Utri si è potuto toccare con mano che quel binomio era uno specchietto per le allodole: "Cosa nostra" dallo sbarco degli americani nella seconda guerra mondiale, la Strage di Portella della Ginestra e la morte di Gaspare Pisciotta ha sviluppato una rete di relazioni affaristico politiche molto raffinate in Italia e oltre oceano. Tutti elementi che ci fanno pensare che non eravamo in presenza di "70 pecorai" come scrive Attilio Bolzoni. Dunque "cosa nostra" dopo la stagione delle stragi si è inabissata, invisibile ma non immobile. Le mafie hanno stretto da tempo un patto di non belligeranza, perché al di la del controllo del proprio territorio il vero business è fuori dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Campania e dalla Puglia. Oggi "cosa nostra" controlla rotte marittime veri corridoi criminali dove le altre organizzazioni fanno passare di tutto. Tutta la compagna contro le ONG, partita proprio dalla Sicilia, sull'aiuto in mare ai migranti; il traffico di essere umani, il traffico di organi, la presenza di veri e propri mini eserciti di "picciotti" sugli scenari di guerra, dalla Libia, Siria, Iraq etc...che forniscono armi e servizi ai cd "signori della guerra" sono la testimonianza tangibile di una organizzazione attiva e tutt'altro che domata. Dunque se la ndrangheta ha occupato spazi lasciati da "cosa nostra" come nel traffico degli stupefacenti; i calabresi devono pagare il pedaggio ai siciliani per il passaggio delle navi in rotta per i porti italiani che inevitabilmente devono passare nel canale di Sicilia. Infine e non meno importante le organizzazioni criminali, in possesso di quantità inimmaginabile di denaro, operano oramai indisturbate nel mercato legale. La grande opera di lavaggio e di riciclaggio del soldi proventi di attività illegali è continua e sul mercato, per quanto riguarda le grandi opere, il movimento terra, lo smaltimento dei rifiuti, lo smaltimento dei rifiuti speciali e nucleari, la logistica sono presenti imprese legate alle organizzazioni criminali come emersa dalle inchieste sulla TAV in Val Susa, su Expo, sul Mose. Così oggi per i cronisti, senza sangue per le strade e senza bombe diviene difficile percepire l'organizzazione, perché ancora formattati con l'antimafia senzazionalistica. Ma se si seguono i processi (Stato - Mafia, Mannino, Ciancimino) e si leggono le carte delle imprese coinvolte nei loro traffici e i flussi finanziari si capisce a quale soggetto criminale plurimafioso siamo davanti: una specia di Idra criminale. Se a questo aggiungiamo le politiche liberiste dei vari governo di CS e CD, in materia di lavoro, di appalti e di regole finanziarie, che hanno aperto alla legalizzazione del caporalato, e alla depenalizzazione del falso in bilancio e tutti gli annessi e connessi si capisce quale campo libero lo Stato (politico) ha lasciato alle organizzazioni criminali; restringendo nello stesso tempo lo spazio di manovra alla Magistratura depauperata di uomini e mezzi (bavaglio alle intercettazioni che nei processi sono strumento di prova) e con un codice antimafia appena approvato al quale sono state tolte, dalla lettura al Senato alla Camera, da una "manina" amica,  una serie di reati che proprio l'Europa ci chiedeva, come spesso si scrive. Ma in questo caso la politica è stata indifferente e le mafie non possono che ringraziare.
 Admin, 2 gennaio 2018

lunedì 23 ottobre 2017

REFERENDUM LOMBARDIA
Ennesimo messaggio di illegalità dalle istituzioni lombarde.

Sulla base di quanto è stato verificato da esponenti dell’Osservatorio Antimafie di Monza e Brianza, sulla totale discrezionalità nella gestione dei voti espressi dagli elettori, perché presidenti e scrutatori di sezione non sono stati messi nelle condizioni sia di verificare l’effettivo “diritto al voto” attraverso l’esibizione della scheda elettorale sia la certezza della “volontà” dell’elettore attraverso un regolare scrutinio, nel quale emergesse, a fronte di un numero di iscritti alle liste elettorali, quanti hanno votato, quanti favorevoli, contrari, astenuti e voto bianco. Questa modalità di gestione della “volontà popolare” seppur in un referendum “consultivo” ne pregiudica sul nascere non tanto e solo l’efficacia ma introduce elementi di profonda illegalità perché questa massa enorme di dati è stata gestita in maniera totalmente discrezionale da un soggetto privato non istituzionale.
Infatti se si va sul sito del Comune di Monza non ci sono i dati suddivisi per sezione come avviene in tutte le normali consultazioni democratiche. Stesso dicasi per la Regione Lombardia se non in uno scarno comunicato dove si scrive: di “stime e oscillazioni”.

La possibilità di partecipare alle votazioni e poi poterne verificare l’autenticità dell’espressione del singolo elettore sono la base della consultazione democratica a maggior ragione se di natura referendaria. Nel referendum del 22 ottobre questa base “naturale” della democrazia consultiva di natura referendaria è venuta a mancare e dunque un referendum seppur legittimo sotto il profilo dell’istituzione regionale, nella sua modalità gestionale ne ha perso i requisiti di trasparenza e autenticità della volontà del corpo elettorale, diventato un referendum illegale.

In questo quadro inquietante il messaggio culturale che è stato dato dalle istituzioni lombarde, in territori colonizzati dalle organizzazioni criminali, è quello del non rispetto della volontà popolare e dunque del profondo disprezzo delle regole democratiche. Disprezzo delle regole che è la base della CORRUZIONE dilagante in Lombardia e, nel nostro caso, in Brianza; tutti questi presupposti per un ulteriore radicamento delle mafie.
admin, 23 ottobre 2017

mercoledì 4 ottobre 2017


LE VIE DELLA COCAINA SONO INFINITE: CORRIDOIO BRIANZA

Molti si chiedono perché la ndrangheta ha scelto il territorio della Brianza lecchese, milanese e comasca da colonizzare e usare come presidio permanente e crocevia dei propri affari? Proviamo con questo contributo a dare alcune risposte che sicuramente non sono esaustive perché l’organizzazione criminale è sempre in movimento per non esporsi alle massicce attività di contrasto sviluppate dallo Stato. E dobbiamo subito sottolineare che, contrariamente all’intervento militare, non c’è sul territorio un contrasto della politica brianzola alle attività corruttive che ormai lo hanno devastato e ammalorato.

Uno degli elementi motivazionali per tale situazione è determinato dal fatto che la ndrangheta si muove essenzialmente per fatto economico: gli affari. Semplicemente dove ci sono i soldi si fanno affari, punto. Poi anche la posizione geografica della Brianza. Questo territorio è proprio al centro dell’Europa e dunque è una sorta di porto intermodale per smistare le enormi partite di droga che arrivano dal porto di Gioia Tauro. Destinazione nord Italia (est-ovest) e centro e nord europa (nord).

Cosa scrive la DIA nella sua relazione semestrale del 2016:
"Gli assetti criminali che interessano il mandamento tirrenico continuano ad essere fortemente caratterizzati dalla presenza della cosca PIROMALLI, operante nella piana di Gioia Tauro, cui si affiancano le cosche MOLÉ e OPPEDISANO, tutte negli anni risultate coinvolte nelle attività del porto di Gioia Tauro, dove anche nel semestre sono state sequestrate diverse centinaia di chilogrammi di cocaina provenienti dal sud America."



(…..)

"Tra i destinatari dei provvedimenti figurano l’elemento apicale della ‘ndrina COMMISSO (già detenuto per altra causa), suoi affiliati e personaggi legati alle cosche PESCE di Rosarno e DE MASI di Gioiosa Ionica, oltre che un funzionario pubblico infedele in servizio presso la frontiera marittima del porto di Gioia Tauro. Questo forniva informazioni utili ad eludere i controlli nello scalo portuale, ovvero informazioni riservate sui container che sarebbero giunti al porto e sull’uscita degli stessi dall’area portuale.

(…..)

"È quanto emerso, nel recente passato, dall’operazione Total Reset dell’aprile 2015, che oltre a condurre alla confisca di una villa di pregio nel comune di Baden bei Wien, ha confermato come le potenti ‘ndrine della Piana di Gioia Tauro (RC) fossero in grado di avvalersi della collaborazione di numerosi affiliati e prestanome trasferitisi in Austria per reinvestire i proventi delle attività illegali"
 
 



Tutte le ndrine citate sono attive in Brianza e i loro referenti sono stati arrestati in più occasioni fra il lago di Como, Mariano Comense, Giussano e Seregno durante l’attività di contrasto emerse dalle inchieste "Infinito, Ulisse e Bagliore". Inoltre da non sottovalutare il fatto che nel cuore delle Brianza a Verano risiede la famiglia Mancuso, potente ndrina che ha il monopolio del traffico internazionale di cocaina, come emerso da innumerevoli indagini, arresti e processi del sodalizio di Limbadi in Calabria.

Nel porto di Gioia Tauro, solo nel 2017, in quattro distinte operazioni, sono stati sequestrati più di 1000 chilogrammi di cocaina da raffinare e immettere sul mercato di Milano e per altre destinazioni come già descritto per un valore di decine di milioni di euro; un investimento che avrebbe fruttato circa 2 miliardi di euro. Secondo l’Osservatorio Europeo sulle droghe e le tossicodipendenze in Europa (E. M. f. D.) sono quasi 4 milioni i consumatori abituali di sola cocaina. La città di Milano, sempre secondo EMfD. Si consumano circa 3kg di cocaina all’anno ogni 1000 abitanti. Questo dato è supportato da una indagine epidemiologica condotta dall’ASL di Milano, e confermata dall’Istituto Mario Negri, che ha rilevato che i consumatori abituali di cocaina a Milano sarebbero oltre 100.000. Questo è il mercato di Milano al quale rivolge le sue attenzioni l’organizzazione efficiente della ndrangheta, per fornire tutti i giorni almeno 5 grammi di sostanza a consumatore; ma questo solo per la città di Milano. Si pensi che dalla Brianza transita cocaina che poi viene diretta al porto di Genova per il sud ovest dell’Europa, via Marsiglia e per il nord via Brennero o per la rotta balcanica. Leggiamo cosa scrive sempre la DIA nella sua relazione semestrale 2016:

 


"La strategia di propagazione, all’estero, degli interessi della ‘ndrangheta non appare dissimile da quella appena descritta con riferimento alle proiezioni ultraregionali delle cosche. Quest’ultime, infatti, nel riprodurre strutture criminali analoghe a quelle delle zone di origine, interpretano il territorio oltre confine come aree da colonizzare innanzitutto sotto il profilo economico o come basi logistiche strumentali ai grandi traffici di stupefacenti. Il tutto, secondo quella logica unitaria che la Corte di Cassazione ha sancito, nel mese di giugno, con la storica sentenza relativa all’indagine Crimine, e che ora fornisce ulteriori strumenti interpretativi per le evidenze info-investigative raccolte nella seconda parte dell’anno. Come accennato, due appaiono le direttrici percorse: una attinente al traffico internazionale di droga, l’altra al reimpiego ed al riciclaggio dei capitali illeciti. Con riferimento al primo aspetto, la "rotta atlantica" si conferma il principale canale utilizzato dalla ‘ndrangheta per l’importazione di cocaina, che dai Paesi del Sud America viene sovente fatta triangolare nei porti dell’America centrale

– leggasi Panama – o del nord Africa, per poi arrivare in Europa mimetizzata tra la merce stipata nei container. In proposito, il porto di Gioia Tauro si conferma la principale struttura di riferimento delle cosche sul piano nazionale. Per quanto attiene, invece, al riciclaggio di denaro – in larga parte alimentato proprio con le risorse derivanti dal traffico di stupefacenti – le indagini del semestre evidenziano un rinnovato interesse per i Paesi dell’Est Europa, segnatamente la Romania, utilizzata sia per investire capitali in progetti immobiliari, sia per drenare risorse dal territorio nazionale verso società del posto, artatamente costituite per ostacolare l’azione repressiva della Magistratura.

 
Ma come arriva in Brianza la polvere bianca vi chiederete? Nell’inchiesta "infinito" venne fuori che fra le tante "locali" di ndrangheta individuate in Lombardia c’erano quelle di Como e di Canzo. Queste cellule erano composte da ndrine che avevano i loro referenti proprio nel territorio di Vibo Valentia e che controllano il porto di Gioia Tauro. Queste locali, insieme a quelle di Giussano e Seregno erano riuscite ad infiltrarsi nella impresa Perego Strade, perché il titolare si era rivolto a loro per farsi finanziare. La holding della ndrangheta "convinse" Ivano Perego ad inserire un suo rappresentante nel CDA dell’azienda. In questo modo tutte le attività connesse al movimento nei cantieri delle grandi opere INUTILI come le autostrade TEEM, Brebemi, Pedemontana e nel cantiere di EXPO, vedevano operare indisturbati gli automezzi forniti dalle "locali" su menzionate. Queste locali inoltre avevano un mercato parallelo di acquisto e vendita di automezzi del movimento terra. Un mercato occulto molto fiorente rivolto in particolare al nord d’Africa (li aiutavano a casa loro….direbbe qualcuno). Infatti questi manager con la pistola che facevano? Compravano sul mercato questi automezzi (nuovo o usati) li rivendevano ad acquirenti, tunisini, marocchini, egiziani etc.. e quando gli automezzi sbarcavano nei porti del nord africa veniva fatta la denuncia di furto allo scopo di incassare l’assicurazione. Per gestire il trasferimento facevano uso in particolare del porto di Genova ma anche quello di Napoli. In quei porti oltre a caricare e scaricare automezzi del movimento terra muovevano/muovono enormi partite di cocaina. Sempre dalla relazione DIA a tal proposito:




"Relativamente al settore del narcotraffico, si conferma il ruolo preminente e strategico del porto di Genova, sia in quanto infrastruttura intermodale rapidamente connessa ai mercati di consumo nazionali ed europei, ma anche per le accertate presenze, negli spazi doganali, di soggetti collusi in grado di dare supporto - al pari di quanto in precedenza segnalato per il porto di Gioia Tauro - alle cosche nella fasi di transito o sdoganamento dei container.

Infine non meno importante sono le svariate opportunità che la ndrangheta ha in Brianza per ripulire i proventi di questa enorme attività illecita e qui entrano in campo il sistema politico brianzolo e il suo sistema economico e finanziario. Sono più che sufficienti tre elementi per dare un quadro della situazione.



Nell’inchiesta “infinito” i Magistrati scrivono che la politica, nel caso Massimo Ponzoni e i suoi sodali (Perri, Brambilla e molti altri scoperti nelle inchieste “Carate Nostra”, Desio, Giussano, Seregno e Monza-Briantenopea) è: “il capitale sociale dell’organizzazione criminale.

 

In una indagine della Camera di Commercio di Monza e Brianza, condotta su circa un migliaio di aderenti emerge che gli imprenditori, per affrontare la crisi, vuoi di liquidità oppure di accesso agli appalti, si affidano alla criminalità organizzata. Non a caso la Dott.ssa Ilda Boccassini, vertice della DDA di Milano, anche nell’ultima conferenza stampa sulle vicende di Seregno ha tenuto a sottolineare questo aspetto. Fa scuola la banca della ndrangheta, con tanto di sportello, scoperta a Seveso nel 2015.

 

In Brianza ci sono più conti correnti che residenti. Solo negli ultimi anni il sistema bancario si è dotato di tutte una serie di regole per contrastare l’apertura di conti correnti con soldi “sporchi”. Ma oggi la ndrangheta non ha più bisogno del galoppino prestanome con la valigia piena di soldi che si presenta allo sportello per aprire il conto. Oggi investe in imprese che ormai gestiscono pezzi dell’economia “legale” attraverso il racket dei negozi nei centri commerciali, ristoranti, pizzerie, discoteche, autolavaggi, compro e vendo oro, immobiliari, sale scommesse e slot (questi due segmenti gestiti in sinergia con la camorra che ne detiene il monopolio nazionale) e altre attività ben descritte dalle relazioni della DIA.

 

Questa diffusa rete di complicità alimenta tutti i giorni la struttura del piccolo e agguerrito esercito di criminali che ha occupato la Brianza.

 


 

 

Admin, 4 ottobre 2017



 
 


giovedì 28 settembre 2017

COMUNICATO STAMPA DELL'OSSERVATORIO SUI FATTI DI SEREGNO


SEREGNO: SE NON ORA QUANDO
cogliere l’occasione per un futuro di legalità

 

Dopo una attenta analisi dell’Ordinanza di Custodia Cautelare per il sindaco di Seregno e altri 11 sodali prendono consistenza le denunce fatte dall’Osservatorio sulla colonizzazione dell’ndrangheta nel comune di Seregno. Infatti alla vigilia delle elezioni del 2015 l’Osservatorio fece una analisi dei programmi elettorali dei vari candidati sindaci e proprio per quello di Mazza e Mariani scrivevamo:

 
Sotto il profilo programmatico il candidato sindaco Edoardo Mazza è perfettamente in continuità con la precedente amministrazione comunale guidata da Giacinto Mariani capolista della Lega Nord che lo sostiene insieme a FI e liste civiche civetta piene di transfughi da NCD E ex CDU. Il programma è la fiera delle ovvietà ma spicca la totale assenza di un capitolo preciso sulle questioni della legalità che ha coinvolto proprio esponenti che nelle elezioni precedenti erano nelle liste di FI. Inoltre il candidato sindaco del centrodestra, coerentemente non pone al centro la questione della legalità e della trasparenza amministrativa, perché pur ricoprendo l’incarico di assessore all’urbanistica, a sua insaputa sarebbe stato compiuto l’ennesimo sacco della città e per il quale è in corso un processo, nel quale non è coinvolto direttamente; ma qui stiamo parlando delle responsabilità politiche e non certo penali e queste vanno sottoposte al giudizio degli elettori. Anche in questo caso, come per il Mariani Giacinto l’opportunità richiederebbe prudenza ed incognita. Del resto anche nella lista di FI spiccano nomi di rilievo come quel Gioffrè consigliere comunale, messo all’indice perché fratello di quel Gioffrè Roberto coinvolto nell’inchiesta sull’ndrangheta denominata “Ulisse”. Oggi Francesco Gioffrè da Rosarno sta comodamente in lista in compagnia di tutti quelli che nel 2012, all’epoca dei fatti, ne chiedevano le dimissioni. Tutto finito nell’italico dimenticatoio, ma è opportuno che qualcuno lo ricordi, nel malaugurato caso che: “….ma nessuno lo sapeva”.

 
Oggi appare chiaro che questa amministrazione non può continuare e sia necessario da subito un Commissario che non solo gestisca la normale amministrazione, ma coi pieni poteri conferitegli dalla carica, azzeri tutte le delibere in materia di urbanistica, allontani dagli uffici i funzionari e dirigenti infedeli anche se non colpiti da interdittive specifiche. Sciolto il Consiglio Comunale bonificato il Comune starà poi alla politica seregnese e ai suoi cittadini stabilire se si vuole voltare pagina o continuare ad essere governati dai plenipotenziari della ndrangheta.

 

28 settembre 2017

 

L’OSSERVATORIO ANTIMAFIE DI MONZA E BRIANZA
“PEPPINO IMPASTATO”