Osservatorio Antimafie della Brianza*

Osservatorio Antimafie della Brianza*
I GIOVANI HANNO BISOGNO DI EROI VIVI

giovedì 27 agosto 2020

 

Libro inchiesta


"L'onda nera nel Lambro"


Il caso Lombarda Petroli e lo sversamento abusivo di idrocarburi nel fiume Lambro

Autore Marco Fraceti

Prefazione di Vittorio Agnoletto

Recensione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Mimesis Edizioni

 

“L’onda nera nel Lambro. Il caso Lombarda Petroli e lo sversamento abusivo di idrocarburi” è un importante libro di inchiesta scritto dall’amico Marco Fraceti di cui ci ha fatto personalmente dono con una dedica che dimostra tutta la sua stima, per continuare a credere in “un altro mondo possibile”, parafrasando e ricollegandosi alla vita di impegno e sacrificio del nostro comune amico Vittorio Agnoletto. 

Vittorio Agnoletto, medico in prima linea contro lo strapotere e le ingiustizie perpetrate dalla giunta della regione Lombardia, ha scritto la prefazione di questo libro che denuncia e racconta, attraverso una narrativa che esplica con forza e coraggio le vicende di un territorio dominato dalla malavita, inquietanti domande sui perché del “mondo di mezzo” che purtroppo ostacola prepotentemente la pace, il destino e la vita del nostro martoriato paese. 

L’autore Marco Fraceti è giornalista e scrittore impegnato in inchieste sulle infiltrazioni mafiose in terra di Brianza. Ha collaborato con Radio Popolare e è direttore dell’Osservatorio Antimafia di Monza e Brianza intitolato a Peppino Impastato. Fraceti racconta e denuncia che nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2010 una consistente, una mortifera, una abnorme onda nera, una quantità di tremila tonnellate di idrocarburi si riversa nel fiume Lambro, fuoriuscendo dai serbatoi di una azienda, la Lombarda Petroli a Villasanta, in provincia di Monza e Brianza.

In quella terribile e devastante notte, avviene uno degli scempi ambientali più disastrosi e gravi del nostro paese e il tutto con l’assenza di responsabilità e responsabili ancora ad oggi.

Marco Fraceti percorre indagini tramite piste non ancora battute che illuminano una vicenda davvero molto intricata, dove non si riescono a trovare i responsabili e a capire chi è stato e a dare risposte certe e concrete e attendibili. L’Autore effettua un’inchiesta autonoma e un’indagine parallela a quella svolta dalla Magistratura perché non si sofferma sulle apparenze e sulle risposte semplicistiche e non presta attenzione alle casualità e alle coincidenze. Con un impegno di indagine meticoloso e metodico e puntuale, l’autore verifica e analizza l’immane quantitativo di testimonianze e dati raccolti negli archivi e nei fascicoli giudiziari e li sovrappone con informazioni sul campo e con un’ampia mole di documenti e fascicoli di archivio provenienti da ulteriori inchieste giudiziarie condotte contro la criminalità organizzata nello stesso territorio: la Brianza. Dalle indagini dell’autore risulta, trapela e si pone in rilievo una impressionante cartina di tornasole di collusioni tra illegalità, politica e bieche manovre affaristiche che deviano e disturbano una condizione di pace nella vita della benestante provincia brianzola, in apparenza tranquilla e serena. 

Marco Fraceti dedica il libro alle ragazze e ai ragazzi di Fridays For Future che con le loro azioni e il loro altruismo e attivismo costituiscono un’alternativa vera, valida e costruttiva per un mondo, una madre terra e per un’umanità sull’orlo del tracollo e del collasso.


a cura di Laura Tussi e Federico Cracolici

venerdì 24 luglio 2020



“MONZA CONSAPEVOLE” E LA FAVOLA DEI TEST SIEROLOGICI.

Presentata in pompa magna come una iniziativa caritatevole di bravi imprenditori monzesi tutto casa, lavoro e chiesa (spesso si vedono ai semafori che aiutano le vecchiette ad attraversare) la vicenda dei test sierologici sta assumendo i contorni della camarilla alla monzese dove politici, imprenditori, multinazionale, associazioni e luminari della scienza e della sanità se la cantano e se la suonano fra loro; in testa a tutti il sindaco Allevi.
Partita per essere una campagna di test per 8000 persone si è ridotta a circa 3000. Inoltre, alle persone che si offrivano volontarie (il test era gratuito) veniva fatto firmare un modulo di consenso nel quale era scritto chiaro che il test era per valutare la presenza di anticorpi IGG e IGM. Ma quando il volontario riceveva l’esito si trovava solo l’esito di un anticorpo l’IGG. Secondo la delibera regionale in materia di test sierologici n. 3131 del 12 maggio 2020 i test DEVONO essere effettuati con tutti e due gli agenti IGG e IGM. Ma sappiamo che gli amici della pirellone chiudono un occhio sulle comparsate monzesi, visto poi che la regione patrocina il tutto.
In questo fragore di applausi, strette di mano e pacche sulle spalle, e tutta la stampa cittadina con la lingua di fuori, noi ci poniamo invece delle domande alle quali cercheremo di dare una risposta.
Premesso che i costi dei test solo IGG sono di 35,00€ + 5,00€ di prelievo (tot. 40,00€), mentre quelli completi costano 62,50€ + 5,00€ (tot. 67,50) secondo il tariffario della società che ha fatto i prelievi; questo sta a significare che i benemeriti imprenditori avrebbero disposto un impegno di spesa per 8000 test di 540.000,00€. Se invece, come si evince dalla grancassa mediatica i test sono stati circa 3000 per un costo di 40,00€ cad, a consuntivo dovrebbero essere stati spesi 120.000,00€. La prima domanda che facciamo è: ma con tutti questi imprenditori che piangono miseria, ci sono quelli brianzoli che invece caritatevolissimevolmente sborsano una somma importante?
Alla fine, quanti test sono stati fatti? Perché prima 8000 e poi 3000? Quanto sono costati?
Non vorremmo che in realtà tutta questa caritas sia una sorta di autoriciclaggio di denari che poi verranno dichiarati come “donazioni liberali” che alleggeriscono l’esborso delle tasse. Questi signori da strapazzo pensano che, solo perché sono donazioni e loro sono privati, possono fare quello che vogliono e non devono sottostare a criteri di trasparenza e di legalità, visto che i test non seguono la normativa vigente. Un po come l’ospedale alla Fiera di Milano; in effetti c’è coerenze e continuità con la malapolitica e la malasanità lombarda.
Al nostro comunicato stampa, che denunciava i fatti sopra esposti, non è stato dato nessun risalto ma lo sapevamo. Ma ora la questione è arrivata in Consiglio Comunale con una interrogazione della Consigliera Pontani. Vedremo le risposte ai rilievi mossi.
Morale, siamo alle solite: la politica del Palazzo gongola, i poteri forti sempre più forti, e i cittadini fanno le cavie senza avere un reale beneficio, il tutto benedetto dal solito cardinale. Dimenticavo che il test, secondo le menti malate che li hanno pensati, è l’unico caso in Italia. Ne siamo certi perché sono gli unici fatti così e per questo non sono validati dal sistema sanitario nazionale perché non rispettano le linee guida del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e della Regione Lombardia. Dunque, sembrano soldi investiti per altre ragioni, ma non quelle umanitarie e sanitarie.


L’admin, 24 luglio 2020

domenica 28 giugno 2020



STRAGE DI USTICA.

81 morti sull’aereo ITAVIA e 12 morti assassinati tra il 1980 e il 1995

Venerdì 27 giugno 1980 un aereo passeggeri della compagnia ITAVIA, decollato dall’aeroporto di Bologna Borgo Panigale, fa rotta verso Palermo con 81 persone a bordo fra equipaggio e passeggeri in gran parte vacanzieri.

L’aeromobile Douglas DC9 dell’Itavia, all’altezza dell’isola di Ustica, esplode in volo e per gli occupanti non c’è scampo; non ci saranno superstiti. A guardare cosa accade in cielo, quando un aereo civile è in volo ci sono, almeno sulla rotta Bologna-Palermo i radar di Poggio Ballone vicino a Livorno, Licola (Campania) e Marsala (Sicilia). Ma quella sera, in quel tratto di celo successe qualcosa che richiedeva il funzionamento di radar della marina militare italiana, francese (Aleria in Corsica) e quello della portaerei Saratoga ormeggiata nel porto di Napoli. Inoltre, dai riscontri nei vari livelli di processo, è emerso che vi era una forte attività di comunicazioni via radio sia fra l’equipaggio del Dc9 e le torri di controllo e anche con altri aerei in volo, nel caso specifico l’F104 con a bordo i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Saranno proprio loro a lanciare l’allarme su cosa stava accadendo nei cieli di Ustica.

Nelle ore seguenti, dopo lo sgomento dei fatti e il cordoglio per le vittime, appare chiaro che si affronteranno due correnti di pensiero sulla vicenda: una per fare luce sui fatti e l’altra per nasconderli. Dato che oltre ai familiari e qualche giornalista ficcanaso, non c’era nessuno che interessava capire cos’era successo quella notte nei cieli di Ustica; coloro i quali che invece volevano tacitare tutto furono gli inquirenti, la magistratura e i vertici dell’aeronautica italiana e Nato. Uno scontro impari che portò ad impedire, sino a d oggi, che la verità storica diventasse verità giudiziaria. A fare da scudo umano alla necessaria verità ci saranno i vertici dei servizi segreti militari e l’allora capo stato Francesco Cossiga che, nel pieno delle sue funzioni (il Presidente della Repubblica è anche capo delle forze armate, art. 87 della Costituzione) operò per sostenere le tesi dei vertici militari. Solo dopo si scoprirà essere il capo della Gladio e del gruppo Nato “Stey Behind”, nonostante le frettolose smentite. E con il “senno di poi” appare tutto più chiaro

La costanza, la tenacia dei familiari delle vittime e di qualche media televisivo e non, si arriva a nuovi processi che vedono protagonisti magistrati che non si facevano intimorire dalla pervasiva arroganza delle gerarchie militari spalleggiate dai massimi vertici dello Stato. Cosi le inchieste cominciano a prendere in considerazioni diverse ipotesi alternative a quella dell’accomodante circostanza del: “cedimento strutturale” dell’aeromobile DC9.

Nel frattempo, al silenzio e alla non collaborazione dei vertici dell’aeronautica italiana e non pare venga eseguito l’ordine non solo di far sparire carte e tracciati radar, ma anche testimoni scomodi. Ma nel silenzio generale della stampa mainstream irrompe un Deputato di Democrazia Proletaria, Luigi Cipriani membro della Commissione Parlamentare sulle Stragi, il quale sostenendo la tesi dell’abbattimento del DC9 durante una battaglia aerea, nella quale venne lanciato un missile che colpì l’aeromobile dell’Itavia. A sostegno della sua tesi portò i tracciati del radar di Poggio Ballone e le registrazioni radio delle comunicazioni fra i colonnelli Naldini e Nutarelli. Nei tracciati (originali) si vedevano chiaramente che attorno al DC9 c’erano più velivoli e nelle registrazioni i piloti del F104 segnalano che nella zona da loro pattugliata erano in corso delle esercitazioni con aerei militari in volo.

Ignari, i piloti del DC9 e dell’F104 hanno assistito ad una vera battaglia aerea fra aerei Nato e Mig dell’aviazione libica di scorta al colonnello Gheddafi. Da tempo gli Stati Uniti e la Francia avevano nel mirino il capo della Libia e probabilmente quello fu un tentativo fallito, ma che distrusse la vita di 81 persone. Anche nel 1986 gli USA attaccarono invano la Libia allo scopo di eliminare il colonnello ma non ci riuscirono. Per tanto la tesi del deputato demoproletario era tutt’altro che una “fantasia complottarda” come venne definita da alcuni esponenti della commissione. A distanza di 40 anni ora la tesi del missile prende consistenza, ma le prove per dimostrarlo sono state tutte distrutte.

Dal giorno seguente iniziò una silenziosa ed invisibile strage di testimoni. Chi sono? Per brevità ci affidiamo alla ricostruzione fatta da Wikipedia:

  •           maresciallo Mario Alberto Dettori: trovato impiccato il 31 marzo 1987, in un modo definito dalla Polizia Scientifica innaturale[117], presso Grosseto. Mesi prima, preoccupato, aveva rovistato tutta la casa alla ricerca di presunte microspie[117][121]. Vi sono indizi che fosse in servizio la sera del disastro presso il radar di Poggio Ballone (GR) e che avesse in seguito sofferto di «manie di persecuzione» relativamente a tali eventi. Confidò alla moglie: «Sono molto scosso... Qui è successo un casino... Qui vanno tutti in galera!»[122]. Dettori confidò con tono concitato alla cognata che «eravamo stati a un passo dalla guerra». Tre giorni dopo telefonò al capitano Mario Ciancarella e disse: «Siamo stati noi a tirarlo giù, capitano, siamo stati noi [...]. Ho paura, capitano, non posso dirle altro al telefono. Qui ci fanno la pelle»[123]. Il giudice Priore conclude: «Sui singoli fatti come sulla loro concatenazione non si raggiunge però il grado della prova».
  •        maresciallo Franco Parisi: trovato impiccato il 21 dicembre 1995, era di turno la mattina del 18 luglio 1980, data del ritrovamento del MiG libico sulla Sila. Proprio riguardo alla vicenda del MiG erano emerse durante il suo primo esame testimoniale palesi contraddizioni; citato a ricomparire in tribunale, muore pochi giorni dopo aver ricevuto la convocazione. Non si riesce a stabilire se si tratti di omicidio.[87][124]
  •       colonnello Pierangelo Tedoldi: incidente stradale il 3 agosto 1980[124]; avrebbe in seguito assunto il comando dell'aeroporto di Grosseto.
  •       capitano Maurizio Gariinfarto, 9 maggio 1981; capo controllore di sala operativa della Difesa Aerea presso il 21º CRAM (Centro Radar Aeronautica Militare Italiana) di Poggio Ballone, era in servizio la sera della strage. Dalle registrazioni telefoniche si evince un particolare interessamento del capitano per la questione del DC-9 e la sua testimonianza sarebbe stata certo «di grande utilità all'inchiesta», visto il ruolo ricoperto dalla sala sotto il suo comando, nella quale, peraltro, era molto probabilmente in servizio il maresciallo Dettori. La morte appare naturale, nonostante la giovane età.
  •        Giovanni Battista Finettisindaco di Grosseto: incidente stradale; 23 gennaio 1983. Era opinione corrente che avesse informazioni su fatti avvenuti la sera dell'incidente del DC-9 all'aeroporto di Grosseto. L'incidente in cui perde la vita, peraltro, appare casuale.
  •        maresciallo Ugo Zammarelli: incidente stradale; 12 agosto 1988. Era stato in servizio presso il SIOS di Cagliari, tuttavia non si sa se fosse a conoscenza d'informazioni riguardanti la strage di Ustica, o la caduta del MiG libico.
  •       colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelliincidente di Ramstein, 28 agosto 1988[125]. In servizio presso l'aeroporto di Grosseto all'epoca dei fatti, la sera del 27 giugno, come già accennato, erano in volo su uno degli F-104 e lanciarono l'allarme di emergenza generale. La loro testimonianza sarebbe stata utile anche in relazione agli interrogatori del loro allievo Algo Giannelli[105], in volo quella sera sull'altro F-104, durante i quali, secondo l'istruttoria, è «apparso sempre terrorizzato»[126]. Sempre secondo l'istruttoria, appare sproporzionato - tuttavia non inverosimile - organizzare un simile incidente, con esito incerto, per eliminare quei due importanti testimoni.[127]
  •         maresciallo Antonio Muzioparricidio, 1º febbraio 1991[128]; in servizio alla torre di controllo dell'aeroporto di Lamezia Terme nel 1980, poteva forse essere venuto a conoscenza di notizie riguardanti il MiG libico, ma non ci sono certezze.
  •       tenente colonnello Sandro Marcucci: incidente aereo; 2 febbraio 1992. Marcucci era un ex pilota dell'Aeronautica militare coinvolto come testimone nell'inchiesta per la strage di Ustica. L'incidente fu archiviato motivando l'errore del pilota. Tuttavia, nel 2013 il pm di Massa Carrara, Vito Bertoni, riaprì l'inchiesta contro ignoti per l'accusa di omicidio. L'associazione antimafia “Rita Atria” denunciò che l'incidente non fu causato da una condotta di volo azzardata, come sostennero i tecnici della commissione di inchiesta, ma probabilmente da una bomba al fosforo piazzata nel cruscotto dell'aereo[129].
  •       maresciallo Antonio Pagliara: incidente stradale; 2 febbraio 1992. In servizio come controllore della Difesa Aerea presso il 32º CRAM di Otranto, dove avrebbe potuto avere informazioni sull'abbattimento del MiG. Le indagini propendono per la casualità dell'incidente.
  •       generale Roberto Boemio: omicidio; 12 gennaio 1993 a Bruxelles[130]. Da sue precedenti dichiarazioni durante l'inchiesta, appare chiaro che «la sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità», sia per determinare gli eventi inerenti al DC-9, sia per quelli del MiG libico. La magistratura belga non ha risolto il caso.
  •       maggiore medico Gian Paolo Totaro: trovato impiccato alla porta del bagno, il 2 novembre 1994. Gian Paolo Totaro era in contatto con molti militari collegati agli eventi di Ustica, tra i quali Nutarelli e Naldini[131]."



Possiamo scrivere, senza paura di essere smentiti, che i 40 anni da quel 27 giugno 1980 sono serviti non per cercare la verità, ma per nasconderla. Ma abbiamo il diritto e il dovere morale, per le vittime e per i loro famigliari, di continuare a pretendere giustizia e verità.

Per ulteriori approfondimenti sulla vicenda Ustica:

admin, 28 giugno 2020

martedì 2 giugno 2020


L’immunità del gregge…..in  Parlamento



Quando nel 1946 venne promulgata la Carta Costituzionale della Repubblica Italiana all’articolo 68 normava, a tutela dei rappresentanti del Popolo nei due rami del Parlamento, la possibilità di processare i parlamentari essenzialmente per le loro idee e per l’attività che svolgevano nelle aule parlamentari. Così facendo venne introdotta la “Commissione Parlamentare per le autorizzazioni a procedere” che avrebbe, e ha tutt’ora, dovuto vagliare le richieste della Magistratura sulle richieste di procedere contro questo o quel parlamentare.
Fino agli anni 80 questo istituto, dell’immunità parlamentare, venne usato in maniera cogente e anche durante “tangentopoli”, permise ai Magistrati di “mani pulite” di perseguire una politica devastata dalla corruzione.  Si arrivò addirittura alla paradossale situazione che nel Parlamento italiano un deputato della Lega Nord sventolò un cappio (tal Orsenigo) a significare un giustizialismo universale, negato appunto dalla Costituzione.
Negli anni ’90, con l’arrivo al potere di soggetti legati alle organizzazioni criminali, come Silvio Berlusconi, che nel 1994 viene eletto premier, si inaugura la stagione della fuga dei politici dai processi (Previti, Mancuso e dell’Utri) cioè: non più la difesa dei politici nei processi, ma la fuga dei politici dai processi. Con una evidente e plateale ammissione di colpa.
Una stagione macchiata dal sangue di uomini fedeli alla Stato, di civili inermi assassinati da “cosa nostra” in decine di stragi (Capaci, D’Amelio, Georgofili, PAC etc…). La mafia quale esecutore materiale, ma con il mandato di soggetti infedeli dello Stato, annidati nel sottobosco del governo e dell’amministrazione statuale.
Oggi nel parlamento italiano sono decine le persone indagate, sotto processo e queste persone possono legiferare e decidere anche in materia giurisdizionale, in un evidente conflitto di interessi.
Così in questi giorni un ex ministro della Repubblica, che aveva ricoperto l’incarico al Ministero degli Interni, è riuscito a farla franca e ha ottenuto, almeno in Commissione, la non autorizzazione a procedere richiesta dalla Magistratura di Palermo, per i reati di “sequestro di persona” e “abuso d’atti d’ufficio, nell’ambito dei fatti e degli accadimenti relativi alla nave di salvamento delle persone in mare “Open Arms”
Così quella norma costituzionale pensata a tutela dei parlamentari, per garantire la loro libertà di pensiero e di azione nelle aule del Senato e della Camera della Repubblica, è diventata una garanzia che la “legge non è uguale per tutti”;  garantendo l’impunità a decine di persone che hanno commesso gravi reati contro il patrimonio, i beni comuni e spesso in associazione con le organizzazioni criminali.

admin - Monza, giugno 2020



martedì 5 maggio 2020

9 maggio 1978 - 9 maggio 2020. Per non dimenticare e continuare anche nella pandemia COVID19



RSA IN BRIANZA. LA STRAGE NASCOSTA

Da quando è partita la pandemia COVID 19 nella provincia di Monza e Brianza, abbiamo iniziato a monitorare sia il numero dei contagi, sia il numero dei decessi anche nelle Residenze Assistenziali Sanitarie.
Dal 16 marzo si è passati da 339 contagi ai 4729 del 1 maggio. Secondo ISTAT, che ha raccolto i dati dalle anagrafi dei comuni della Brianza, tra il 20 febbraio e 31 marzo ci sono stati 1528 decessi contro gli 868 dello stesso periodo nel 2019.
Ingenuamente pensavamo che oltre ai dati nazionali della Protezione Civile, avremmo avuto il conforto dei dati regionali, provinciali ma così non è stato.
Sui dati nazionali, regionali e provinciali il dashboard della Protezione Civile ci è stato molto utile al contrario del monitor di Regione Lombardia che ripete i dati nazionali.
  ATS e nemmeno la Provincia di MB, hanno messo e mettono a disposizione dati comunali sia sui contagi sia sui decessi.  Se entriamo poi nel campo delle RSA prevale il silenzio totale.
Le residenze in Brianza, accreditate sul sito di ATS sono 40 con una disponibilità di circa 3700 posti letto.
Le uniche notizie su contagi e decessi sono pervenute solo per una decina di RSA da dichiarazioni rilasciate alla stampa locale dai loro direttori, che dobbiamo tenere per buone.
Però contattate direttamente, le direzioni di varie RSA non hanno mai risposto alla nostra richiesta di dati ed informazioni.
In assenza di notizie ufficiali sui decessi in Monza Brianza, abbiamo consultato il sito di ISTAT.
 ISTAT ha confrontato i dati 2019 sugli stessi periodi del 2020 fornendo un coefficiente di decessi a livello provinciale.
In Brianza nel periodo marzo-aprile 2019 i decessi furono 136; mentre nel periodo marzo-aprile 2020 i decessi sono stati 236, quasi il doppio. Stiamo parlando di decessi in assoluto. Ma dove sono avvenuti questi decessi? Quanti in ospedale, in casa o in RSA? Non è dato a sapere
Va premesso che il sistema ospedaliero brianzolo, con personale medico ed infermieristico d’eccellenza, ha saputo reggere all’impatto dell’emergenza. Cosa però è accaduto nelle RSA non è dato sapere.
Per rompere il muro dell’omertà sulla situazione delle RSA in Brianza abbiamo utilizzato le dichiarazioni di alcuni direttori di RSA, comparse sulle pagine della stampa locale, che in sostanza confermavano che il rapporto fra degenti e decessi il percentile era del 20% se non di più. Questo dato lo abbiamo comparato al resto delle RSA, con quel coefficiente del 20% fornito da ISTAT per i morti in Brianza. Confermato anche dal rapporto dell’ISS e dell’Istat sulla mortalità nel primo trimestre 2020 diffuso il 4 maggio scorso.
Il dottor Casazza, direttore di Ats ha dichiarato in una intervista che ATS Brianza non ha aderito alla circolare della Regione Lombardia per acquisire malati COVID provenienti da ospedali nelle RSA brianzole.
Sta di fatto che dalle poche notizie trapelate dai direttori di alcune case di riposo la percentuale dei decessi nel periodo marzo aprile sono percentualmente uguali se non superiori a quel 20% stabilito dagli algoritmi di ISTAT. Dunque i decessi nelle 40 RSA in Brianza, rispetto alla popolazione ospite potrebbero essere oltre 700 se si tiene conto che alla Casa famiglia di Busnago  su 90 ospiti si sono verificati 24 decessi; nella Residenza AMICA di Giussano su una 80ina di ospiti ci sono stati 23 decessi; nelle RSA Bellani e Cambiaghi di Monza al 4 aprile erano risultati positivi e in isolamento circa cinquanta di pazienti di li a poco si conteranno 10 decessi e che poi raddoppieranno.
Questo, sembra essere il dramma che si è si sta consumando nelle RSA in Brianza.  Ma la cosa grave, è che al di là dell’azione investigativa della Procura della Repubblica di Monza, guidata dalla D.ssa Massenz, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per “epidemia colposa”, attorno a questa tragedia tutto tace.
Silenzio dalle autorità sanitarie, dalla politica, ma purtroppo anche dai parenti. Al contrario di quanto accaduto per il Pio Albergo Trivulzio, qui in Brianza non c’è un congiunto dei deceduti nelle RSA – per quanto ne sappiamo ad oggi - che abbia fatto un esposto.
Fra pochi giorni sarà il 9 maggio, 42 anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato. Uno degli slogan dell’attivista Antimafia era che: “la mafia uccide, ma il silenzio pure”.

admin, 5 maggio 2020

lunedì 19 novembre 2018

Lombardia: la favola dell'alberello e del fiumicello

A differenza della Val Susa e di altri territori Resistenti alle Grandi Opere Inutili e Imposte (GOII) in Lombardia tutte le GOII sono state completate salvo l'autostrada Pedemontana. Cioè tutte quelle opere che avrebbero dovuto essere pronte per la mamma delle opere inutili che fu Expo2015, come le autostrade TEEM e BREBEMI e 30 KM di Pedemontana sono state portate a compimento. Ma dopo Expo non prima. Così Salvini potrà dire che nella sua regione l'alberello è stato tagliato e il fiumicello, coperto deviato e devastato. A questo va aggiunto che queste GOII sarebbero dovute essere utili per il dopo Expo. Ma così non è stato e non lo è tutt'ora. Sommerse da debiti e contenziosi le società proprietarie di Expo spa e delle autostrade stanno annegando nei debiti. Inoltre sia per la TEEM che per BREBEMI sono alle prese col fatto che sono autostrade poco frequentate nelle quali non aprono degli autogrill e dei benzinai. Invece per Pedemontana si sono inventati il pedaggio virtuale: autostrada senza casello con sensori che individuano il veicolo e dopo qualche mese arriva a casa il pedaggio da pagare, se non sei munito di telepass. Ovviamente c'è il trucco: costi stellari. Ma chi può far ricadere il costo elevato del pedaggiamento su prezzo terminale al consumatore, usa questo raccordo che porta questi  veicoli ad incolonnarsi sulla già congestionata Milano-Meda. Così un fallimento totale delle infrastrutture tanto decantate dell'Expo 2015, come anche dell'evento che da maggio a settembre 2015 ha portato nel sito, non si sa ancora quanti visitatori. Invece si sa che Expo spa non riesce a chiudere per i molti debiti e i tenti contenziosi aperti e le cause che vedono coinvolti dirigenti e funzionari condannati per le mazzette circolate prima e durante l'esposizione. Di tutto questo se ne parla poco perché arriva la bolletta finale da pagare. Destinatari i cittadini lombardi e i contribuenti tutti; alla fine il conto qualcun lo doveva pagare e come sempre: "paga Pantalone". Così oltre alla devastazione ambientale, allo sviluppo delle mafie della corruzione e della malapolitica, rimangono anche i debiti e per questo nessun politico in Lombardia NESSUNO si è sentito in dovere di chiedere conto ed eventualmente inoltrare denunce ed esposti. Così per quelli che hanno costruito le loro fortune con la lobby degli inceneritori in Lombardia e che vogliono esportarla in Campania, appare chiaro che qui in Lombardia non hanno prevalso i no del cosiddetto "ambientalismo da salotto". In Lombardia hanno vinto le lobbies del cemento, delle mafie e del malaffare e i risultati, per ora non sono ancora sotto gli occhi di tutti, sono fin troppo evidenti. Per questo resistere alle GOII è un dovere per ogni cittadin* che ha a cuore la salute, la qualità dell'ambiente e la pulizia dalle mafie e della malapolitica. A seguire qualche tabella esplicativa:
 
 
 
 



 
Admin, 19/11/2018

mercoledì 9 maggio 2018

LETTERA A PEPPINO

Caro Peppino,

sono passati 40 anni da quando la violenza mafiosa ha pensato di spegnere il grande fuoco di Libertà, di Verità e di emancipazione dalla cultura feudale mafiosa, che avevi acceso da Cinisi e in tutta la Sicilia. Un fuoco che si doveva spegnere su quei binari della ferrovia dove i sicari del boss Badalamenti ti hanno portato per simulare un attentato del quale saresti dovuto essere vittima. Ci sono voluti 25 anni per giungere alla verità; una verità cercata con forza dai tuoi compagni di lotta, ma in primo luogo da mamma Felicia e da tuo fratello Giovanni. Non dimenticherò mai Felicia nell’aula bunker, al processo con Badalamenti in teleconferenza, quando in quel dialetto essenziale affrontò il boss: “tu hai ucciso Peppino”. Dunque Peppino non sei mai stato un terrorista, ma un militante comunista rivoluzionario vittima della violenza mafiosa. Oggi dopo 40 anni il tuo pensiero, il tuo modo di fare Antimafia sono modelli educativi per intere generazioni, compresa la mia. Un modello di Antimafia sociale, definita l’Antimafia di tutti i giorni, fatta di piccoli gesti quotidiani verso di se e verso gli altri per tracciare un solco netto e profondo fra buona politica e malapolitica; fra buona impresa e malaimpresa; fra la cultura del diritto da quella della violenza e della coercizione.

Antimafia sociale utile perché c’è tanto da fare in un Paese allo sbando nel quale si fanno grandi opere, non perché sono utili ai suoi cittadini o al suo sistema produttivo, le fanno perché sono utili ai poteri forti per distribuire risorse dal basso verso l’alto della società attraverso appalti nei quali partecipano anche imprese legate alle mafie.

C’è tanto da fare in un Paese dove bisogna ancora lottare per mettere la parola verità sulle stragi come Piazza Fontana, oppure per le morti di Ilria Alpi, Miran Hrovatin e quella di Giulio Regeni; nelle quali sono morti i migliori servitori della Stato, siano essi Magistrati, Carabinieri e Poliziotti. Dobbiamo ancora lottare perché le mafie condizionano la vita politica del Paese attraverso la  corruzione e la colonizzazione degli apparati statali. Non solo gli apparati statali nazionali, ma anche regionali, provinciali e comunali. Qui da noi in Brianza mazzette per corrompere amministrazioni comunali al fine di avere mano libera per PGT colabrodo. Oppure sindaci che costituiscono società nelle quali fanno affari con uomini della camorra e per non esporsi in prima persona si fanno rappresentare dalla propria moglie come il sindaco di Seregno Giacinto Mariani. Oppure il sindaco di Sedriano in carcere per corruzione e associazione a delinquere non si dimette e la maggioranza che governa quel comune non lo sfiducia nemmeno. Oppure quel politico in regione Lombardia, Domenico Zambetti, che va lui dagli uomini della ndrangheta a chiedere e a pagare voti; non il contrario come storicamente conoscevamo come: “il voto di scambio”.

Siamo in un Paese malato, dove si fa fatica arrivare alla seconda settimana, ma ci sono anche persone che sperperano la pensione giocando alle macchinette, alle slot machine, cercando nella fortuna il riscatto dalla miseria, diventando dipendenti e schiavi di questa nuova malattia la ludopatia.

Tuttavia, caro Peppino, il Paese sano comincia a reagire con forza sia attraverso il contrasto della Magistratura e delle forze inquirenti ma anche con una generalizzata consapevolezza che la lotta alle mafie è lotta per la democrazia. Uno degli strumenti di questa lotta è anche la confisca dei beni ai mafiosi e ai loro complici. Proprio in questi giorni stando a Cinisi per le iniziative alla tua memoria, ho dormito in un residence confiscato ad un mafioso nel quale ci lavorano molti giovani e la sensazione è stata di incredibile intensità, come quando si entra nella ex casa Badalamenti. Tanto quanto è stato bello mangiarsi un arancino in una pasticceria dove sulla porta c’era il simbolo di Addio Pizzo.  Fatti, accadimenti e sensazioni uniche che ci fanno dire che la lotta è dura, difficile ma che la possiamo vincere, se continueremo a camminare dritti su quel sentiero di rigore etico e morale che ha segnato la tua vita. Ma devi sapere che il tuo sacrificio non è stato inutile. Noi con le tue idee andiamo avanti, senza se e senza ma!

Ciao Peppino
 
(scritta nel 2013)
 
 
admin, Cinisi 9 maggio 2018